Friday, May 31, 2019

Viaggio a Kobe

1. L'aeroporto di Osaka è sul mare. Costruito su un'isola artificiale su progetto di Renzo Piano: sulla terra ferma non ci sarebbe stato un metro di spazio. La sala arrivi è piena di personale con la mascherina calata sulla bocca e sul naso. Il controllo passaporti prevede la lettura dell'iride e dell'impronta digitale: ma ad assisterti c'è una giovanissima donna che ti sorride di continuo; se è una guardia di frontiera non te ne accorgi proprio. Ossessione per il contagio e gentilezza sconfinata: la prima immagine del Giappone.
Il bus che ti porta a Kobe non esce mai dall'abitato: per un'ora e mezza i docks del porto sulla sinistra e case e grattacieli sulla destra. Keihanshin, l'agglomerato urbano di Osaka (che comprende Kobe e Kyoto) è un continuum urbano di 17 milioni di abitanti, il secondo del Giappone dopo Tokio.
Trovata sistemazione in albergo (una stanza piccolissima dove è difficile, quasi, girarsi) si esce. Il contrasto (e l'incontro) tra Occidente e Oriente, tradizione e futuro, è dappertutto: piccoli templi buddhisti e shintoisti si aprono all'improvviso tra i grattacieli. Sopraelevate a tre, quattro livelli, sottopassi e sovrappassi pedonali: Blade runner è il presente, ma senza angoscia, solo dinamismo, velocità, vita che pulsa dappertutto. Sul muro di una casa un murale condensa un intero manuale di psicologia dell'interazione in rete o di sociologia delle relazioni al tempo di internet.



All'imbrunire le insegne luminose ridisegnano il profilo dei palazzi e compare un'altra città. C'è tempo per il sushi. Sapori e varietà sconosciute: quello che si mangia da noi è un surrogato, anzi,
forse proprio un altro cibo. Ancora sorrisi. Notte.



2. La Shinwa University si trova in un sobborgo di Kobe. Case basse, senza imposte, senza cancellate. La si raggiunge in bus, attraverso una lunga galleria che ti fa entrare nel cuore della città e uscire nel verde lussureggiante di una foresta urbana; poi ancora case, finalmente l'entrata del campus.
Saluti accademici, e ancora sorrisi. Chiunque nel campus sorride e saluta: "Buongionno!". Erano stati avvisati del nostro arrivo e istruiti. Come in una recita ben preparata sorrisi e saluti: "Buongionno!".
Visitiamo la biblioteca, che conserva incunaboli e libri antichi di straordinario valore, come una copia a mano illustrata della fiaba tradizionale giapponese della Principessa della luna. Le mie studentesse la riconoscono: è uno dei loro cartoni animati d'infanzia. I miei erano Atlas UFO Robot e Mazinga: scarti generazionali. Accanto ad essa la prima edizione di Rashomon, il romanzo di Ryosuke Akutagawa che suggerì al maestro Akira Kurosawa lo spunto per il suo omonimo capolavoro: un apologo sulla verità che non si possiede mai fino in fondo ma costringe a un lungo lavoro di analisi e di confronto. E poi una splendida copia illustrata di Lost Paradise di Milton. Ancora una volta Oriente e Occidente.



3. Troviamo il tempo per sbirciare dentro la sala da tè didattica dell'Università: qui si insegna alle studentesse l'antica arte, con i ritmi e le forme della cerimonia. Un mondo senza differenze sociali quello della sala da tè: senza rumori, isolato, una sorta di limen in cui tutto è sospeso, il tempo come il ritmo della vita ordinaria. Insegnarne il senso oggi, nella società dell'accelerazione, è di fondamentale importanza. Anche se poi quella giapponese è una società che fila velocissima, un intricato e ordinatissimo incrocio di vite che rimbalzano da una parte all'altra dello spazio urbano, orme che disegnano l'orientamento delle file nelle stazioni della metropolitana, gente che corre in silenzio (perché negli spazi pubblici regna un silenzio surreale) e alla sera con la cravatta allentata si infila in un locale a prendere un ramen, spesso con la faccia rivolta alla parete.



4. Di pomeriggio il primo incontro delle studentesse giapponesi con i nostri studenti. Hanno preparato un piccolo spettacolo. Prima suonano per noi con il loro ensemble. Poi ci dedicano quattro canzoni in giapponese. La grazia, le voci struggenti, e ancora i sorrisi emozionano tutti: non trattengo le lacrime all'accenno di Tomorrow. L'applauso è scrosciante e ripetuto. Poi studenti italiani e giapponesi si mischiano, fanno dei giochi insieme. Ancora il tempo che alcuni dei miei allievi presentino la nostra Università e il nostro corso di laurea. Adesso la commozione mi prende perché vedo quanto sono cresciuti negli anni dei loro studi: provo orgoglio mentre li osservo parlare, rispondere alle domande. Ancora una volta mi dico che sono loro ciò che mi fa amare questo mestiere: senza non potrei stare, anzi, probabilmente avrei già fatto altro.


5. La sera è tempo di manzo, manzo di Kobe. Uno spettacolo, non solo per la qualità di questa celeberrima carne, ma per il vero e proprio rito cui ci è dato di assistere davanti a noi. Il giovane chef taglia il manzo e le verdure con una precisione chirurgica, poi le dispone sulla piastra di cottura come un pittore con i colori sulla tavolozza, infine consiglia come mangiare: carne da sola, con il wasabe, con l'aglio fritto e tagliato a fettine sottilissime. La cucina in Giappone è un'arte, mangiare un'esperienza estetica. Ne ho avuto conferma anche al Sushi Restaurant del Plaza e al diciottesimo piano della Harbour Tower durante una cena a base di shabo shabo: brodo che bolle al centro della tavola, i commensali che vi scottano la carne e le verdure. Intorno donne vestite in kimono tradizionali si muovono veloci, precise e silenziose, portando via i piatti e curando che tutto proceda per il meglio. Usciamo accompagnati da un cameriere che in un inglese improbabile ci invita a tornare. Inchini. Sorrisi. Notte.



6. Due giorni passati tra una scuola dell'infanzia e le aule dell'Università Shinwa ci restituiscono un'immagine dell'educazione giapponese fortemente basata sul gioco e sulla musica come occasioni per fissare le routines e formare le pratiche. Tutti apprendono vedendo fare. L'insegnante (anche all'Università) è poco protagonista: non fa lezione, ma supporta e commenta il lavoro fatto. In aula le studentesse sono spesso chiamate a simulare, con le compagne a fare la parte dei bambini.
I quadri teorici non si vedono o non vengono esplicitati: tutto è molto laboratoriale, dalla musica alle scienze, dalla lingua giapponese alle didattiche agite.
La didattica è ripartita in 5 grandi aree, che sono poi le stesse delle Indicazioni Nazionali:
1) Arte ed espressione
2) Relazioni sociali
3) Salute
4) Sostenibilità e ambiente
5) Linguaggi (cultura e tradizione).


7. I bambini... sono bambini. Socializzano subito. Dopo pochi minuti giocano con gli amici italiani parlandoti in giapponese, come se li capissi. Li guardiamo svolgere una lezione di salto ritmico: musica, ritmo scandito dalla maestra con le mani e loro che saltano dentro e fuori delle aste di legno appoggiate sul pavimento. Stupiscono la coordinazione, la concentrazione, la capacità di stare in fila ad aspettare il proprio turno: tutto in bambini di 5 anni.


L'applicazione, la tenacia, l'ordine, sono il contenuto dell'imprinting che questi bambini ricevono fin da piccolissimi. Come suggerisce l'haiku del poeta giapponese Matsuo Basho (1644 – 1694):

Prendiamo
il sentiero paludoso
per arrivare alle nuvole.


Di quest'etica insegnata fin da piccolissimi ci siamo accorti visitando il Centro Educativo della Shinwa: uno spazio in cui educatrici di prima infanzia e tirocinanti dell'Università offrono gratuitamente alle mamme del quartiere e ai loro bambini un'occasione per crescere e confrontarsi.

8. L'isola di Awaji è collegata alla più grande isola di Honshu (su cui sorge Kobe) dal ponte sospeso più lungo del mondo. Raggiungiamo uno dei più famosi teatri di Joruri del Giappone. Il Joruri (o Bunraku) è un teatro di marionette: grandi, articolate, con la testa e il volto che si aprono in mille espressioni. Le animano tre artisti per ciascuna, vestiti di nero nel tradizionale shinobi shozoku: il primo, l'omozukai, muove la testa e la mano destra; il secondo, l'hidaruzukai, muove il braccio destro; l'ultimo, l'ashizukai, si occupa della parte bassa del corpo. Fuori scena un suonatore di shamisen (la tradizionale chitarra verticale giapponese) accompagna la voce di un cantastorie.
Nel teatro di marionette, come nel kabuki, l'azione è rarefatta e il dramma dei personaggi è tutto interiore: di qui l'importanza di conoscere la notazione simbolica di cui i burattinai si servono per far piangere o ridere il loro doppio.


9. Kyoto è stata una delle capitali del Giappone. Ne testimoniamo l'antico splendore i molti templi e il palazzo dello shogunato. Si entra scalzi e si segue la successione delle stanze: anticamera, sala di attesa, sala delle udienze, sale private. Sulle pareti, interamente coperte di foglie d'oro, colpiscono le tigri, i pini d'inverno, i sakura (i ciliegi): la grafica è modernissima, rende chiare le riprese che ne farà l'art nouveau, a tratti anticipa le geometrie astratte di un Mondrian o di un Klee. Prima di rientrare ci dirigiamo al grande tempio dei 1001 Buddha. L'effetto è di vero e proprio choc estetico: 1001 Buddha di cipresso dorato allineati popolano la stanze lunga e stretta del tempio. Solo un'altra volta ero rimasto preda di questo vero e proprio stato di stordimento: a Xian, davanti all'esercito di terracotta dell'imperatore Qin.

Risultati immagini per 1001 buddha

10. I miei studenti e le mie studentesse hanno dato vita a una discussione serrata. Da una parte chi sostiene che il sistema giapponese è skinneriano: attraverso la ripetizione, trasforma l'intera impresa educativa e didattica in una serie di routines il cui obiettivo è di generare ordine, rispetto delle regole, interiorizzazione delle pratiche in forma di habitus. Dall'altra parte chi invece coglie gli aspetti positivi: sviluppo di autonomia e responsabilità del bambino, correzione del nostro eccesso di teoria con la pratica.
Probabilmente occorre guadagnare distanza dagli estremi. Nelle scuole primarie visitate abbiamo imparato che in Giappone i bambini vanno e tornano da scuola non accompagnati, abbiamo visitato aule di tecnologia dotate di seghe circolari e di cucine per le attività domestiche, abbiamo visto forbici in mano a bambini di 4 e 5 anni, tinozze con dentro gamberi di acqua dolce alla scuola dell'infanzia e bimbi che li prendono in mano e li accarezzano sul ventre.



Alla nostra domanda su come si garantiscano dai rischi, la risposta è disarmante: "Li informiamo sempre prima, spiegando loro cosa non debbano fare". Il controllo sociale, la ripetizione e le regole servono a questo. Ma finiscono anche per condannarti a reprimere i sentimenti, a vivere con l'angoscia di non essere all'altezza delle aspettative o della considerazione sociale.
Le emozioni compresse da tutto il dispositivo sociale devono in qualche modo liberarsi.
Così dopo cena i marciapiedi delle vie del divertimento si popolano di ragazze "buttadentro" - vestite da Kung-fu Panda, da poliziotte, da infermiere - che invitano i passanti in locali in cui si paga perché una ragazza ti appoggi la testa sulla spalla, sulle gambe, per mettere una mano...  Ma ne vediamo anche l'esito bello e più commovente la sera del nostro addio: le ragazze della Shinwa che cantano per noi con le lacrime che rigano loro il volto. Finiscono. L'applauso è lungo. Tutti si abbracciano. Adesso le convenzioni sociali sono lontane: ci sono loro con le loro amiche italiane, e basta.

11. Anche Nara è stata una delle capitali dell'Impero, tra il sec. VII e il sec. IX. Oggi è un parco archeologico, botanico, faunistico unico al mondo. Templi buddhisti e santuari shintoisti sorgono nel verde di una foresta urbana mentre centinaia di cervi si muovono liberi tra i turisti, si lasciano accarezzare, prendono il cibo dalle tue mani. Il cervo a Nara è sacro fin dalla fondazione della città tanto che fino al 1637 ucciderne uno comportava la condanna a morte. La leggenda narra che uno dei quattro dei del santuario Kasuga, Takenomikazuchi-no-mikoto,fosse stato invitato a Nara dalla città di Kashima e che esso sia apparso sul Monte Mikasa-yama a cavallo di un cervo bianco. Secoli di tranquillità producono oggi un fenomeno che non si può ammirare in nessun altro posto al mondo.



12. Sera prima della partenza. Wakako, la nostra interprete, ha scelto un locale caratteristico. Siamo in una saletta riservata, circondati da separé e seduti su piccole panche sotto le quali il pavimento si apre per alloggiare i piedi, rigorosamente senza scarpe. Si mangia sukyiaky. Mi chiedono un brindisi. Poche parole per dire quanto tutto il viaggio sia stato straordinario. Poi mi ritrovo davanti alla pentola del brodo: scotto e smisto fettine di carne, funghi, tofu, verdure. L'atmosfera è conviviale. Si ride, si scherza. Adesso è la mia volta di chiedere a tutti una parola, alzandosi in piedi sulla panca. Vedo sfilare davanti a me i miei tutor e i miei ricercatori, i miei studenti: li ascolto, li osservo orgoglioso e commosso come in una riedizione dell'ultima scena dell'Attimo fuggente. Come in quel caso, a nostro modo, siamo anche noi una piccola Dead Poets Society. Abbiamo deciso di giocare senza maschera, di essere veri. Commento che questo, in fondo, dovrebbe essere l'universitas: non un'istituzione che eroga corsi, ma studenti che scelgono i loro docenti; una comunità, una compagnia. Cum pane, appunto: mangiando insieme, condividendo.
Adesso siamo tutti in piedi sulle panche. Braccia in alto. Si canta a squarciagola e si accompagna con i gesti "Gamberi e granchi": l'abbiamo imparata con i bambini di cinque anni e ce la riportiamo a casa come una sorta di inno del viaggio. Il ristoratore ci ha rinunciato: la caciara italica si impadronisce di tutto e di tutti, anche di Wakako, che ormai balla, grida e piange senza più traccia di alcuna composta giapponesità.
Si chiude al karaoke: tutti insieme, cantando e ridendo. Ragazzi puliti, anche nel divertimento. Poi siamo fuori nella notte di Kobe. Poca voglia di rientrare. Forse sarà after, come dicono i giovani. Il tempo ora è disteso, quasi fermo. Tempo di formulare auguri per chi torna e per il futuro di questi ragazzi e ragazze.

Domani maestri:
siate come ciliegi
sempre fioriti



Saturday, May 26, 2018

"Coraggio, non temete, sono io!"



Di rientro dall'Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, torno a riflettere sui tanti temi che mi hanno sollecitato.

1. Il primo è sicuramente il grande impatto di Papa Francesco. Arrivato nell'atrio della Sala Nervi a piedi, con l'ombrello chiuso sotto il braccio, se ne è riandato a piedi, sempre con l'ombrello chiuso sotto il braccio. Nei pochi minuti in cui siamo stati ammessi al suo dialogo con i vescovi, prima dell'"Extra omnes", non ha lesinato indicazioni profonde. Mi porto via il richiamo a "povertà e trasparenza", soprattutto alla povertà, ignazianamente ricordata come "madre e muro": da lì tutto nasce e lì troviamo la nostra protezione. Gli portavo una lettera con i saluti di Padre Vilson Groh, un sacerdote marista che lo aveva incontrato nel febbraio scorso in udienza privata, a Roma. Il giovedì prima dell'Assemblea ero con Vilson, sul Morro di Mont Serrat. Sul morro vivono 17 comunidades (è il nome che in Brasile si dà a quelle che noi spesso indichiamo come favelas): noi eravamo in quella più in cima, dove ancora non c'è una chiesa. Messa in casa, con Vilson e i suoi parrocchiani. Due battesimi, i problemi di tutti i giorni, politica e catechesi. La fede della gente incredibile. Forse sto invecchiando, mi commuovo più facilmente che in passato, ma durante tutta la celebrazione ho trattenuto le lacrime. A Roma, per l'Assemblea, ho capito che la Chiesa è tutte e due le cose: i vescovi e i preti in prima linea. Ma anche molti vescovi sono in prima linea, anzi, a modo loro, forse un po' tutti.

2. Secondo tema: il dialogo con i vescovi. Mi era stato assegnato il compito di far riflettere con la mia relazione l'episcopato sulla missione della Chiesa nel mondo attuale della comunicazione. Era stato Mons. Galantino a chiedermelo e avevo accettato forse con un po' di incoscienza. Due mesi di lavoro: a scrivere, limare, verificare, controllare, riverificare, riscrivere. Il risultato ha dato corpo a una relazione letta davanti ai Vescovi e accompagnata da alcune slides, senza parole, solo immagini: volevo che ancorassero l'attenzione e allo stesso tempo offrissero spunti all'immaginazione pastorale. Dai dialoghi intercorsi con alcuni di loro durante i quattro giorni a Roma devo dire che forse l'obiettivo è stato raggiunto. Non dico nulla della mia relazione. Se avete voglia di leggerla, nella sua versione integrale, la trovate qui.

3. Terzo tema: come rispondere alle tante domande innescate e, soprattutto, cosa dire ai vescovi in chiusura di Assemblea. Ho lavorato a fondo su tutti gli stimoli raccolti e ne è uscita una sintetica restituzione organizzata attorno a quattro punti.

Il Decreto Conciliare Inter Mirifica
Nel 1963, il Vaticano II, dedica al tema dei media e della comunicazione, un Decreto che appunto inizia così. Inter mirifica vuole dire "tra le cose meravigliose". I media sono cose meravigliose! Certo ci sono i rischi e possono far parte di esperienze di peccato, ma dobbiamo guardare al positivo. I media sono opportunità, con le dovute attenzioni, ma sono opportunità. E occorre ricordare che la qualifica di "sociali" alle comunicazioni è una specificità della Chiesa. Perché assecondare gli stereotipi di chi vuole la Chiesa oscurantista? Non aver paura non significa sottovalutare, o ritenere di non aver nessun bisogno del perdono. Vuol dire semplicemente fare una scelta di campo, che forse è anche una scelta di immagine e di compito per la Chiesa. Ne abbiamo bisogno!

Resistere alla tentazione del determinismo tecnologico
Una lettura semplificatoria (e per questo rassicurante) del problema dei media potrebbe farci leggere il loro rapporto con i nostri valori e comportamenti attraverso la categoria di causa-effetto.
Mi chiedo:
- i media generano dipendenza, o offrono a chi è già dipendente un ulteriore elemento da cui dipendere (in sanità si parla di comorbilità)? L'uso eccessivo (non la dipendenza, che scientificamente è ancora da dimostrare) non dipende solo dai media: i fattori sono molteplici, la realtà è complessa;
- i media ci limitano nella nostra libertà, o proprio perché non siamo liberi, troviamo nei media un'ulteriore possibilità per non scegliere di fare il bene? È l'atteggiamentodei cristiani per bene, i primi della classe, quelli con la coscienza a posto, che hanno sempre paura di esporsi, che non aprono le porte ai poveri, che preferiscono i salotti puliti;
- i media ci rendono violenti, ci lacerano, ci deresponsabilizzano, od offrono alla nostra violenza un nuovo potente modo per esprimersi? Quante persone uccidiamo ogni giorno con le nostre parole? Le uccidiamo non per colpa dei media, ma per colpa nostra.
Ecco, credo occorra pensare piuttosto ai media come a dei catalizzatori che non come a dei fattori. Non producono effetti mai da soli: indicano piuttosto le emergenze (ciò-che-emerge), sono preziosi per capire i bisogni dell'uomo di oggi, dell'uomo di sempre. Ecco il compito: riscattare i media dal rischio di pensarli come spazio del peccato, per capire che sono veramente la piazza di oggi, dove incontrare gli uomini, tutti gli uomini, per ascoltare i loro bisogni.

I media non rispondono mai a una logica sostitutiva
Media vecchie nuovi convivono. È vero che le immagini abilitano un pensiero analogico, ma si continua a leggere e scrivere. Non dobbiamo pensare ai media come a qualcosa che toglie (ad esempio il pensiero argomentativo), ma che aggiunge (il pensiero analogico). quel che si deve imparare a pensare è l'et-et e non l'aut-aut, con un atteggiamento che il documento finale ha definito, in maniera mirabile, di "simpatia critica".

Quale atteggiamento verso i media?
In passato, il pensiero dei media era stato all'impronta dell'utopia. Sorretta dall'idea di progresso, l'utopia era costruita sull'idea di una società trasparente in cui la comunicazione sarebbe stata funzione di verità e pace: se tutto è trasparente, non c'è più inganno, sotterfugio, manipolazione (Wiener).
All'utopia si è sostituita la distopia, sorretta dall'idea della crisi, di una società del controllo in cui la comunicazione sarebbe funzione di repressione, condizionamento, illibertà: se tutto è trasparente (la telesorveglianza, i Big data, ...), non c'è più spazio privato, non c'è più libertà (Foucault, Debord).
Oggi, il rischio è di sostituire a entrambe la retrotopia (Bauman). La retrotopia è essere incapaci di immaginare il futuro, averne paura, e quindi tornare indietro, cercare nel passato una zona di conforto.
È retrotopia:
- pensare alla tollerenza zero come modo di risolvere i problemi dell'ordine pubblico;
- tornare alla scuola dei contenuti e dell'autorità;
- tornare alla Chiesa preconciliare, l'ultratradizionalismo, il cattolicesimo che non "esce" ma "si chiude".
Si tratta di una malattia, segnata da miopia storica e, credo, da un peccato di omissione: rifiutarsi di vedere il bene e non farlo.
Alla tentazione della retrotopia la Chiesa deve rispondere come ha sempre risposto, con la profezia. "Coraggio, non temete, sono io!".

Wednesday, May 2, 2018

Un'idea di scuola




Nella “Moratoria sulla Buona Scuola”, un appello firmato nei mesi scorsi da un migliaio di insegnanti e studiosi, si legge: «La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale». E ancora: «Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?». La tesi è nota e coglie nella formazione di scuola la contrapposizione tra due paradigmi antagonisti, quello “del capitale umano”, economicistico e orientato all’efficienza e alla produzione, e quello “dello sviluppo umano”, preoccupato invece della promozione dell’uomo e delle libertà personali (Baldacci, 2014). In buona sostanza: l’istruzione per il profitto e l’istruzione per la democrazia (Nussbaum, 2011).
Scorrendo le pagine del documento mi sono sentito confermato nelle ragioni che mi hanno spinto a scrivere, in almeno due direzioni.
La prima è la convinzione che oggi più che mai si abbia bisogno di un’idea di scuola. Non di discorsi: di un’idea. “Pensare la scuola” è il compito che tradizionalmente è sempre stato svolto dalla pedagogia della scuola e che oggi rischia di essere delegato da una parte alla politica, dall’altra ai tecnici. Il problema è che l’una e gli altri – la politica e i tecnici – un’idea di scuola, anche se ingenua e implicita, ce l’hanno: così le loro scelte, anche se lontane dalla pedagogia, finiscono per materializzarla. Di qui l’importanza di tornare a pensare la scuola, di riproporre un confronto sulla scuola.
Qui trovo l’altro spunto. Se è importante riproporre un confronto sulla scuola, discutere di quale sia l’idea di scuola che vogliamo realizzare, è altrettanto importante farlo in modo non ideologico, lontano da preconcetti. È ancora fresca la memoria della berlusconiana scuola “delle tre i” (Impresa, Inglese, Informatica) e di come il governo di centro-sinistra le avesse sostituito la scuola “della serietà, del merito, delle regole”. Discutere di un’idea di scuola significa non accingersi all’ennesimo testacoda, non sostituire la “buona scuola” con un altro slogan (i “contenuti”, figli della cultura e della libertà di pensiero, al posto delle competenze, sintomo dell’asservimento al mercato e alla produzione), ma riprendere con serietà il discorso da dove è stato interrotto: la scuola è troppo importante perché diventi solo uno spazio di schermaglie da bar dello sport.

Il libro muove da queste consapevolezze (alimentate negli ultimi anni dalla partecipazione a seminari, da molti incontri di formazione degli insegnanti, da scritti brevi generati da queste occasioni) e si costruisce su quattro idee, una per ciascuno dei capitoli di cui è composto.
Il primo capitolo lavora sulla constatazione che la scuola funziona ancora oggi come un dispositivo. Tutto lo suggerisce: il rapporto tra uno che parla e gli altri che ascoltano, l’orario, la suddivisione in classi e discipline, il registro, i voti, le sanzioni, l’autorità, la verticalità dei rapporti. Invece, nello stesso tempo, la società è andata sempre più orizzontalizzandosi (Marzano & Urbinati, 2017) e la famiglia ridefinendosi secondo un modello affettivo piuttosto che normativo (Lancini, 2017). Lo scarto è evidente e si traduce in un ritardo culturale, nell’incapacità di risultare significativa per i suoi studenti.
Il secondo capitolo è dedicato al “fiuto degli studenti” e agli “insegnanti incompiuti”.  Un insegnante è incompiuto se è sempre in ricerca, se non si accontenta. Non è un professionista seduto, l’insegnante, ma qualcuno che la consapevolezza del proprio dovere e lo sguardo dei suoi ragazzi guidano costantemente verso il meglio. Solo così l’insegnante risulta significativo e merita il riconoscimento degli studenti.
Il terzo capitolo è organizzato attorno al metodo. In una società orizzontale potrebbe sembrare che il metodo non serva, poiché rappresenta, probabilmente, una traccia della verticalità di cui ci si dovrebbe essere finalmente liberati. Ma non è così. Se il lavorare con metodo non si traduce in una gabbia, per l’insegnante e per lo studente, esso è lo spazio attraverso il quale l’insegnante può organizzare le proprie pratiche professionali e la scuola assumere l’innovazione. Quanto allo studente, il metodo gli garantisce il giusto grado di direttività, che non vuol dire che l’insegnante gli si sostituisca togliendogli il margine di qualsiasi responsabilità, ma che gli possa indicare il quadro e le coordinate entro cui muoversi per fronteggiare la complessità.
L’ultimo capitolo discute dei media digitali, muovendo dall’assunto che oggi noi e i nostri ragazzi siamo, per così dire, “attraversati dai media”. Questo comporta che non abbia senso discutere se ritagliare o meno per essi uno spazio in scuola: se la scuola vuole essere contemporanea deve occuparsi dei media, come linguaggi in cui le culture giovanili sono articolate e come dispositivi attraverso i quali le vite di tutti sono espresse. Occuparsi dei media non significa cedere a una moda, ma perseguire l’obiettivo di rendere la scuola contemporanea. I media nella scuola sono frontiera etica e spazio di costruzione della cittadinanza.

Sunday, January 21, 2018

Santo Scolaro




Questa fotografia è del 12 novembre del 2012. Si era saliti a Barbiana con l'amico Luca Toschi e si era trovato lì, senza esserci accordati, Michele, Michele Gesualdi. Pochi mesi dopo si sarebbero manifestati i primi sintomi della terribile malattia che ce lo ha portato via. Ma quel giorno era in forma, in splendida forma. Abbiamo passato ore ad ascoltarlo, mentre si muoveva con noi nella stanza dove si faceva scuola a Barbiana, e poi sotto, nel laboratorio, e poi ancora su... Sembrava che il tempo si fosse fermato e che il priore dovesse uscire da un momento all'altro: Michele lo materializzava con lo sguardo, con il gesto, ricordando dove stava e cosa diceva. Una drammaturgia didattica, teatro della vita, spiegazione vivente di cosa significava Barbiana per lui, il fratello Franco, gli altri... No, non una drammaturgia, un ufficio, un rito, cui abbiamo avuto la benedizione di prender parte.

Qui Michele ci mostra uno dei loro "libri di testo". Si facevano così: la mamma di Don Lorenzo portava su le riviste patinate che si leggevano a Firenze; loro le prendevano, guardavano e selezionavano le immagini, le ritagliavano, le incollavano; poi si commentavano, ci si scriveva le didascalie. Li si faceva così i libri a Barbiana. Oppure li si costruiva sui cartelloni e poi li si appendeva alle pareti. Il self-publishing non nasce con la scuola digitale: era già lì, nel bricolage didattico della canonica.

Raccontava Michele, raccontava con lo sguardo e la voce di chi rivive. Raccontava i primi tavoli dove si sarebbe fatta scuola e spiegava che a Barbiana la scuola era nata in laboratorio, letteralmente: morsa, pialla, chiodi e martello. Raccontava le serate di cineforum, con Don Lorenzo a proporre i grandi del cinema classico e poi ad analizzare, a discutere. Raccontava la lettura del giornale, la scuola del pensiero critico, lo sviluppo della parola. Media Education diremmo noi oggi. Media Education come spazio per costruire la cittadinanza. Imparare a parlare e a pensare per essere cittadini.

Raccontava Michele il lavoro, il lavoro duro, le ore passate a scuola. Perder tempo era una delle cose più gravi per Don Lorenzo: la "bestemmia del tempo". Guai a buttarlo via, guai a usarlo per sé. Il tempo andava usato tutto nell'impegno, e nell'impegno per gli altri. Era la motivazione "da dare a chi non ce l'ha": capire di poter essere utili per gli altri, e donarsi.


Pensavo con tenerezza a tutto questo leggendo nei giorni scorsi della morte di Michele Gesualdi. Ci pensavo leggendo il suo libro-testamento, L'esilio di Barbiana. E mi sembrava di ascoltarlo, di sentire le sue parole quel giorno di autunno, a Barbiana. Mi sembrava di vederlo mentre ci mostrava l'immagine del Santo Scolaro, la materializzazione del fatto che don Lorenzo aveva voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio. E lui lo sapeva bene, lui che nella canonica aveva vissuto per dodici anni. Ora li immagino mentre si abbracciano in Paradiso, come il priore ebbe a promettere anche ad Adele Corradi.


Grazie Michele perché quel giorno, incontrando te, è come se avessi incontrato Don Lorenzo. E mi sono tornate alla memoria le parole di Lettera a una professoressa che avevo letto a scuola a 14 anni per la prima volta. E ho capito perché ho fatto l'insegnante e ancora non ho smesso. Come scrisse una volta Don Lorenzo: "Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà di trovarlo per forza perché non si può fare scuola senza una fede sicura".

Sunday, December 31, 2017

Frequentare i confini



Sentii parlare di Elisa Frauenfelder per la prima volta parecchi anni fa. Fu Cesare Scurati a citare i suoi lavori nell'ambito di un dibattito pubblico in cui discuteva (e dissentiva) dell'ipotesi che Elisa da qualche tempo portava avanti, ovvero la possibilità di aprire una nuova strada alla pedagogia mediante la sua contaminazione con le scienze biologiche.
Ritrovai quelle stesse tesi molti anni dopo, mentre mi immergevo in quella lunga sessione di letture neuroscientifiche che mi avrebbero condotto a scrivere Neurodidattica. Quando il libro uscì, nel 2012, pensai che il minimo che potessi fare era di rendere il dovuto omaggio a chi come lei aveva in fondo anticipato quello che oggi molti trovano normale, ma che quando Elisa cominciò a parlare di bioeducazione non lo era affatto: la necessità per la pedagogia e la didattica di guardare alle scienze biologiche, in particolare alle neuroscienze cognitive. Una necessità che prende corpo in almeno due direzioni: quella del ripensamento dell'epistemologia pedagogica e quella dell'applicazione didattica e sperimentale.
Quella citazione, quel breve omaggio, fu l'inizio della nostra breve amicizia, breve perché oggi Elisa purtroppo non è più fra noi. Mi colpì subito il suo entusiasmo, la sua felicità per quel riconoscimento: professore ordinario per tanti anni alla Federico II, non aveva certo bisogno della mia menzione. Eppure quelle poche righe la riempirono di gioia. Me lo testimoniò di persona, nel suo studio, al Suor Orsola Benincasa nel primo dei nostri incontri. E mi chiese subito di darle del tu.
Elisa Frauenfelder è stata una maestra. Il maestro, nel mondo dell'Università, non è solo chi sa "fare scuola" coltivando i talenti dei suoi allievi (e lei ne ha avuti molti: da Flavia Santoianni a Maura Striano, da Maurizio Sibilio e Marisa Iavarone...), non è solo chi apre strade nuove (e il paradigma bioeducativo di sicuro lo è stato): maestro è chi si distingue per dottrina e per stile. Nel poco tempo in cui ho avuto il privilegio di conoscerla e di fregiarmi della sua amicizia, questo è subito risultato chiarissimo per me: la profonda conoscenza, il grande sapere, e insieme il tratto, l'eleganza, la misura.
Ora Elisa se ne è andata. Mi rimangono di lei le ultime battute scambiate al telefono, a Napoli, nei mesi scorsi: si scusava per non poterci raggiungere e mi dava appuntamento a presto. Resta la sua lezione: l'esortazione alla pedagogia a frequentare i confini con le altre scienze, a non averne paura; la libertà di pensiero, noncurante del rischio di percorrere strade troppo nuove, esponendosi alla critica; la signorilità di chi guarda le cose relativizzandole. Grazie Elisa! Ce ne ricorderemo.


Thursday, April 13, 2017

Sviluppare virtù nella società digitale


Condivido di seguito il mio editoriale apparso sull'Adige domenica 9 aprile 2017 in occasione della mia presenza al festival dell'educazione di Rovereto...

La virtù è un dispositivo personale che Foucault avrebbe inserito in quelle che lui chiamava “tecnologie del sé”. Ma anche il concetto di “dispositivo” va inteso nel significato che gli attribuiva il grande filosofo francese. Un dispositivo non è un marchingegno, uno strumento, una macchina elettronica. Nel senso in cui qui lo usiamo un dispositivo è un insieme di tecniche, una strategia, un sistema di scelte. Nel caso della virtù, l’obiettivo della mobilitazione di queste tecniche, di questa strategia, è la gestione di se stessi. I primi a collocarsi in questa prospettiva sono stati i Greci. Il saggio è virtuoso se si autocontrolla (enkràteia), se non ha bisogno di nulla (autàrkeia), se non prova emozioni (atarassìa), se è in grado di astenersi da situazioni che provochino dolore (aponìa). In questo modo ciò che nel dispositivo virtuoso favorisce il raggiungimento di questi obiettivi – l’autocontrollo, l’assenza di dolore, ecc. – si può a giusto titolo chiamare una “tecnologia del sé”. Le tradizioni della saggezza orientale – penso al buddhismo – e della spiritualità cristiana non si sottraggono a questa logica: alludono all’esercizio di particolari teniche al fine di garantirsi una buona gestione del proprio sé (della propria anima).

Perché la virtù, in quanto tecnologia del sé, si può rivelare utile quando si ragiona dei media digitali, della loro diffusione sociale, dei comportamenti che essi richiedono? È la domanda che mi sono posto nel mio libro Le virtù del digitale. Per un’etica del media (Morcelliana, 2015). La risposta è articolata.
In primo luogo i media digitali richiedono l’esercizio della virtù, ovvero esigono da noi uno sforzo di riflessione e un lavoro su noi stessi. Non si nasce capaci di interagire con essi, il loro uso non è naturale. Straordinari per le opportunità che ci garantiscono – le potremmo sintetizzare parlando della loro capacità di aumentare la nostra esperienza del mondo e degli altri – i medi digitali espongono anche a rischi. Ottimizzare le opportunità e limitare i rischi è lo spazio in cui la virtù si esercita.
In secondo luogo, quello di virtù è un dispositivo praticabile, umano, laico (nel senso di condivisibile al di là del singolo credo o confessione). Certo, poi, nella cultura cristiana vi sono virtù come la fede che si iscrivono in un altro orizzonte, ma almeno le virtù cardinali – quelle eredi dell’etica aristotelica – sono di certo molto trasversali: giustizia, temperanza, prudenza, fortezza sono le stesse, possono essere le stesse, per chiunque. Cosa voglio dire? Voglio dire che sul fatto di distinguere tra spazio pubblico e spazio privato e di imparare a non condividere nello spazio pubblico quel che è meglio rimanga in quello privato, un laico e un credente possono di sicuro concordare. Non solo. La virtù non è un punto di arrivo, ma un percorso. Non si è mai del tutto giusti, ma si impara attraverso ogni atto di giudizio a diventare giusti. La virtù non è uno stato, è un movimento, è qualcosa da guadagnare sempre di nuovo.  Questo impegna ciascuno a un lavoro costante su se stesso, che non si può mai dire esaurito, compiuto. Non è da bambini che si impara a essere virtuosi, ma qualcosa che ci impegna sempre di nuovo anche da adulti.


Un’ultima considerazione meria di essere sviluppata. Diventare virtuosi, in tema di digitale, significa lavorare su se stessi. Oggi si direbbe che è un problema di autoefficacia. Questo vuol dire che il problema dei media digitali non si risolve con la regolamentazione, o con i divieti, o con i dispositivi di filtro o di protezione, ma con l’educazione. E l’educazione consiste nel creare le condizioni perché il soggetto possa fare empowerment, ovvero sviluppi la capacità di controllarsi da sé, di gestirsi da sé, di difendersi da sé. In Grecia questa era stata la funzione del Maestro, nella cultura cristiana del direttore spirituale, al tempo dei media digitali è questo lo spazio dell’educatore, genitore o insegnante che sia. In una società pervasa di media è difficile trovare comportamenti di cittadinanza che non abbiano a che fare con essi. E quindi occorre creare le condizioni perché questi comportamenti siano corretti. È questo lo spazio della Media Education intesa come intervento di sviluppo della consapevolezza critica e della responsabilità delle persone. Si tratta di un lavoro di stimolo e supporto al comportamento virtuoso. Con il risultato che l’educazione incontra la cittadinanza e ritrova, al cuore di essa, l’etica.

Tuesday, January 10, 2017

La Scuola è social

Sono iscritto a molti gruppi e pagine di Facebook aperti e gestiti da insegnanti. Io stesso gestisco la pagina del mio centro di ricerca, il CREMIT, e il mio stesso profilo personale come uno spazio e un’opportunità per dialogare con gli insegnanti sui temi che riguardano la didattica, i bambini, la vita della scuola. Spesso ho modo di imbattermi, in questi luoghi, in riflessioni molto interessanti; spesso, invece, mi chiedo se tutto questo non sia solo una perdita di tempo. Ho provato a organizzare la mia riflessione al riguardo.

Molto rumore per nulla

La prima sensazione, che si può estendere al di là del social network degli insegnanti e che vale per il mondo di Facebook in generale, è che in fondo si tratti solo di rumore. Rumore che si aggiunge al resto del rumore che ci circonda e ci abita. Perché quando le informazioni non sono più distillate, quando vengono prodotte in eccesso, smettono di avere valore di informazione. Questo rumore è prodotto da alcuni “tipi” da social. Ci sono i postatori seriali, quelli che non possono iniziare la giornata senza pubblicare qualcosa, non importa se abbiano veramente qualcosa da dire quel giorno. Ad essi rispondono i commentatori seriali, quelli che qualsiasi cosa tu pubblichi sentono il bisogno irrefrenabile di dire la loro, anche qui non importa se in modo pertinente, sensato, funzionale a spingere in profondità la riflessione. E poi ci sono i taggatori seriali, quelli che ti mettono a parte (e spesso lo fanno invadendo senza permesso la bacheca del tuo profilo) delle loro conquiste, dei riconoscimenti ricevuti, delle piccole cose di tutti i giorni. Non si capisce in questo gioco se la funzione sia realmente l’aggiornamento, proprio e dei colleghi, o se la partita non si riduca in fondo al posizionamento, alla gratificazione dell’io, alla soddisfazione del narcisismo. Spesso per questi gruppi e per queste pagine ho sentito usare il termine “comunità di pratica”. Ma una comunità di pratica professionale, per esistere, ha bisogno che l’obiettivo sia lo sviluppo professionale di chi vi appartiene e che questo obiettivo venga perseguito con metodo. Il rumore, in una comunità di pratica, viene limitato al massimo dalla convergenza di intenti degli stessi membri.

Lo splendore dell’Ego

Negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, ho spesso assistito in questi gruppi e in queste pagine a derive comunicative. Una deriva comunicativa è un fenomeno conosciuto da chi studia le dinamiche di rete. Io posto qualcosa, qualcuno mi legge e fraintende, oppure legge in modo personale, risponde in modo non coerente e aggressivo, io reagisco, lui replica, altri prendono le parti chi mie chi dell’altro, i toni diventano sempre più accesi, si finisce in rissa verbale. C’è molta rissosità nei social degli insegnanti. E spesso questa rissosità – che è il contrario di una comunicazione costruttiva – viene scatenata da un altro “tipo” da social, il guru. Il guru è un insegnante che grazie ai social ha avuto la possibilità di farsi conoscere, ha iniziato a ottenere riconoscimenti, ha visto modificarsi il suo status, si è convinto di essere capace, significativo, influente. Il guru pensa che qualsiasi cosa lui dica non possa che ottenere approvazione e consenso. E la struttura del social gli da conferme, perché di solito tra i tuoi “amici” ci sono coloro che tutto sommato la pensano come te. Mondo in fondo conformista, il social è molto pericoloso per chi cerca conferme: il rischio è che funzioni come uno specchio deformante in cui ci si veda molto più grandi di quel che di fatto si è. Il risultato di questo processo è la lievitazione dell’io: l’io si gonfia, diviene ipertrofico, considera nemico chiunque non lo approvi. Il guru accetta solo una comunicazione top-down dove lui dice e gli altri approvano. Non accetta il guru che siano gli altri a dire, ad avere idee diverse, soprattutto non tollera l’esistenza di altri guru. Spesso vedo questo dentro quelle che dovrebbero essere comunità di pratica professionali: vedo un pollaio con tanti galli, molto rissosi, che sputano sentenze, procedono a giudizi sommari, scatenano una comunicazione molte volte irrispettosa, volgare, violenta.

Scovare i talenti

La tentazione è spesso quella di uscire. È una tentazione che vale per il mondo dei social in generale, ma che per me che mi occupo di insegnamento e di scuola, vale soprattutto per i luoghi popolati dagli insegnanti. Ma è una tentazione passeggera. Perché al netto del rumore e dei guru, nei social io incontro la scuola. Incontro la scuola dei moltissimi insegnanti che in silenzio, con basso profilo, senza farsi conoscere o cercare riconoscimenti, fanno cose meravigliose nelle loro classi. Sono insegnanti che attraverso un post, una fotografia, un commento, ti lasciano intuire la bellezza che devono saper liberare con e per i loro bambini. Anche qui ho censito due “tipi”. Ci sono i geni anonimi della didattica. Ne ho incontrati e ne incontro. Sono insegnanti che grazie ai loro post e alle loro condivisioni ti lasciano a bocca aperta per la creatività di quello che fanno e che sembra il risultato di una saggezza naturale; questi insegnanti si fanno trasportare dal vento dei temi viventi (come diceva Freinet), lasciano che a ispirarli sia l’attualità, la vita, quello che per i bambini fa problema qui e ora.  Sono anonimi questi insegnanti. La loro personalità è all’opposto di quella dei guru: pensano di essere normali, di non valere poi molto, di fare semplicemente il loro mestiere. I guru fai fatica a farli tacere, i geni anonimi fai fatica a farli parlare. L’altra categoria è quella dei commentatori riflessivi. Non ti regalano “likes” per il gusto di farlo, per piaggeria, per sentirsi parte del gruppo; i commentatori riflessivi aggiungono, completano, spingono in profondità la tua riflessione. Sia che concordino sia che dissentano, magari anche solo parzialmente, pensano a costruire e non a distruggere. Hanno capito questi insegnanti il senso dei social e delle comunità di pratica professionale: si costruisce insieme.

Ecco, io credo di aver trovato in questi insegnanti, in queste persone splendide, le motivazioni per non uscire dai social. Da loro imparo tantissimo, loro mi aiutano a fare chiarezza su quello su cui sto lavorando, loro alimentano la mia speranza nel futuro della scuola. Non solo. Mi piace scoprire il loro talento e valorizzarlo, per quel che posso. Vuol dire aiutarli a riflettere sulle loro pratiche e convicerli a comunicarle. Un articolo, un libro, uno strumento da mettere in rete, la disponibilità a fare ricerca insieme, la formazione. Attività che non sono alternative alla classe: sarebbe un delitto togliere questi insegnanti dalla classe, anche perché morirebbero come pesci fuori dall’acqua. Attività, invece, che consentano alla classe, alla loro classe, di estendersi, di aprirsi, per diventare lievito di un processo di contagio positivo.

Mi piace fare scouting, ecco, lo confesso. La scuola italiana, proprio come i campetti di periferia, è piena di fuoriclasse in attesa che qualcuno si accorga di loro.