Tuesday, January 10, 2017

La Scuola è social

Sono iscritto a molti gruppi e pagine di Facebook aperti e gestiti da insegnanti. Io stesso gestisco la pagina del mio centro di ricerca, il CREMIT, e il mio stesso profilo personale come uno spazio e un’opportunità per dialogare con gli insegnanti sui temi che riguardano la didattica, i bambini, la vita della scuola. Spesso ho modo di imbattermi, in questi luoghi, in riflessioni molto interessanti; spesso, invece, mi chiedo se tutto questo non sia solo una perdita di tempo. Ho provato a organizzare la mia riflessione al riguardo.

Molto rumore per nulla

La prima sensazione, che si può estendere al di là del social network degli insegnanti e che vale per il mondo di Facebook in generale, è che in fondo si tratti solo di rumore. Rumore che si aggiunge al resto del rumore che ci circonda e ci abita. Perché quando le informazioni non sono più distillate, quando vengono prodotte in eccesso, smettono di avere valore di informazione. Questo rumore è prodotto da alcuni “tipi” da social. Ci sono i postatori seriali, quelli che non possono iniziare la giornata senza pubblicare qualcosa, non importa se abbiano veramente qualcosa da dire quel giorno. Ad essi rispondono i commentatori seriali, quelli che qualsiasi cosa tu pubblichi sentono il bisogno irrefrenabile di dire la loro, anche qui non importa se in modo pertinente, sensato, funzionale a spingere in profondità la riflessione. E poi ci sono i taggatori seriali, quelli che ti mettono a parte (e spesso lo fanno invadendo senza permesso la bacheca del tuo profilo) delle loro conquiste, dei riconoscimenti ricevuti, delle piccole cose di tutti i giorni. Non si capisce in questo gioco se la funzione sia realmente l’aggiornamento, proprio e dei colleghi, o se la partita non si riduca in fondo al posizionamento, alla gratificazione dell’io, alla soddisfazione del narcisismo. Spesso per questi gruppi e per queste pagine ho sentito usare il termine “comunità di pratica”. Ma una comunità di pratica professionale, per esistere, ha bisogno che l’obiettivo sia lo sviluppo professionale di chi vi appartiene e che questo obiettivo venga perseguito con metodo. Il rumore, in una comunità di pratica, viene limitato al massimo dalla convergenza di intenti degli stessi membri.

Lo splendore dell’Ego

Negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, ho spesso assistito in questi gruppi e in queste pagine a derive comunicative. Una deriva comunicativa è un fenomeno conosciuto da chi studia le dinamiche di rete. Io posto qualcosa, qualcuno mi legge e fraintende, oppure legge in modo personale, risponde in modo non coerente e aggressivo, io reagisco, lui replica, altri prendono le parti chi mie chi dell’altro, i toni diventano sempre più accesi, si finisce in rissa verbale. C’è molta rissosità nei social degli insegnanti. E spesso questa rissosità – che è il contrario di una comunicazione costruttiva – viene scatenata da un altro “tipo” da social, il guru. Il guru è un insegnante che grazie ai social ha avuto la possibilità di farsi conoscere, ha iniziato a ottenere riconoscimenti, ha visto modificarsi il suo status, si è convinto di essere capace, significativo, influente. Il guru pensa che qualsiasi cosa lui dica non possa che ottenere approvazione e consenso. E la struttura del social gli da conferme, perché di solito tra i tuoi “amici” ci sono coloro che tutto sommato la pensano come te. Mondo in fondo conformista, il social è molto pericoloso per chi cerca conferme: il rischio è che funzioni come uno specchio deformante in cui ci si veda molto più grandi di quel che di fatto si è. Il risultato di questo processo è la lievitazione dell’io: l’io si gonfia, diviene ipertrofico, considera nemico chiunque non lo approvi. Il guru accetta solo una comunicazione top-down dove lui dice e gli altri approvano. Non accetta il guru che siano gli altri a dire, ad avere idee diverse, soprattutto non tollera l’esistenza di altri guru. Spesso vedo questo dentro quelle che dovrebbero essere comunità di pratica professionali: vedo un pollaio con tanti galli, molto rissosi, che sputano sentenze, procedono a giudizi sommari, scatenano una comunicazione molte volte irrispettosa, volgare, violenta.

Scovare i talenti

La tentazione è spesso quella di uscire. È una tentazione che vale per il mondo dei social in generale, ma che per me che mi occupo di insegnamento e di scuola, vale soprattutto per i luoghi popolati dagli insegnanti. Ma è una tentazione passeggera. Perché al netto del rumore e dei guru, nei social io incontro la scuola. Incontro la scuola dei moltissimi insegnanti che in silenzio, con basso profilo, senza farsi conoscere o cercare riconoscimenti, fanno cose meravigliose nelle loro classi. Sono insegnanti che attraverso un post, una fotografia, un commento, ti lasciano intuire la bellezza che devono saper liberare con e per i loro bambini. Anche qui ho censito due “tipi”. Ci sono i geni anonimi della didattica. Ne ho incontrati e ne incontro. Sono insegnanti che grazie ai loro post e alle loro condivisioni ti lasciano a bocca aperta per la creatività di quello che fanno e che sembra il risultato di una saggezza naturale; questi insegnanti si fanno trasportare dal vento dei temi viventi (come diceva Freinet), lasciano che a ispirarli sia l’attualità, la vita, quello che per i bambini fa problema qui e ora.  Sono anonimi questi insegnanti. La loro personalità è all’opposto di quella dei guru: pensano di essere normali, di non valere poi molto, di fare semplicemente il loro mestiere. I guru fai fatica a farli tacere, i geni anonimi fai fatica a farli parlare. L’altra categoria è quella dei commentatori riflessivi. Non ti regalano “likes” per il gusto di farlo, per piaggeria, per sentirsi parte del gruppo; i commentatori riflessivi aggiungono, completano, spingono in profondità la tua riflessione. Sia che concordino sia che dissentano, magari anche solo parzialmente, pensano a costruire e non a distruggere. Hanno capito questi insegnanti il senso dei social e delle comunità di pratica professionale: si costruisce insieme.

Ecco, io credo di aver trovato in questi insegnanti, in queste persone splendide, le motivazioni per non uscire dai social. Da loro imparo tantissimo, loro mi aiutano a fare chiarezza su quello su cui sto lavorando, loro alimentano la mia speranza nel futuro della scuola. Non solo. Mi piace scoprire il loro talento e valorizzarlo, per quel che posso. Vuol dire aiutarli a riflettere sulle loro pratiche e convicerli a comunicarle. Un articolo, un libro, uno strumento da mettere in rete, la disponibilità a fare ricerca insieme, la formazione. Attività che non sono alternative alla classe: sarebbe un delitto togliere questi insegnanti dalla classe, anche perché morirebbero come pesci fuori dall’acqua. Attività, invece, che consentano alla classe, alla loro classe, di estendersi, di aprirsi, per diventare lievito di un processo di contagio positivo.

Mi piace fare scouting, ecco, lo confesso. La scuola italiana, proprio come i campetti di periferia, è piena di fuoriclasse in attesa che qualcuno si accorga di loro.

Friday, October 28, 2016

Pedagogia militante

Il 26 ottobre scorso, a Lecce, è stato presentato il volume Saperi pedagogici e pratiche formative. Traiettorie tecnologiche e didattiche dell'innovazione. Saggi in onore di Luciano Galliani (Pensa Multimedia, Lecce 2016). Luciano era presente e il momento è stato occasione per noi e per lui di ripercorrere la sua traiettoria di ricerca e di presenza nella pedagogia italiana. Recupero qui la traccia essenziale del mio intervento che si è articolato attorno a tre parole-chiave: gratitudine, stima, il libro.



1. Gratitudine

Non sono un pedagogista di formazione (vengo dalle scienze della comunicazione e dello spettacolo, in particolare dalla drammaturgia), quindi non ho avuto maestri alla cui scuola crescere (almeno in ambito pedagogico). Ho avuto però la fortuna di incontrare degli scout straordinari: Cesare Scurati, Luciano Galliani, Nicola Paparella. Lo scout ha il dono di intuire le potenzialità delle persone e la capacità di creare le condizioni perché si sviluppino. Nell'Università è una grande dote: solo così si possono far nascere delle scuole e si garantisce continuità alla comunità professionale.
Bene, se guardo indietro e mi chiedo cosa devo a ciascuno di loro, mi rispondo che a Cesare devo: il mio modo di lavorare nella scuola a stretto contatto con insegnanti e dirigenti, la capacità di organizzare e gestire gruppi di lavoro, l'arte della sintesi (Scurati, in questo, era un maestro: le sue "chiusure" ai convegni sono impresse nella memoria di chi abbia avuto la fortuna di ascoltarle).
Nicola è ancora nell'Università e quindi gli ho promesso che gli dirò cosa gli devo solo quando sarà definitivamente passato alla sua "terza missione", la produzione dell'olio d'oliva.
A Luciano devo: quello che sono nell'Università, il metodo, la lettura politica dei problemi e delle relazioni, la capacità di "ballare col diavolo". L'immagine è sua, risale a una Biennale della Didattica Universitaria di tanti anni fa: il diavolo, per la pedagogia, è sempre stato il mercato, quasi come se l'educazione non dovesse averci a che fare. Luciano ha insegnato a tutti noi che invece si può averci a che fare, anzi si deve.

2. Stima

Luciano è stato un apripista. Ha sempre intuito in che direzione si sarebbero messe le cose. I suoi temi di ricerca - le tecnologie didattiche, l'e-Learning, la valutazione, la formazione e l'educazione continua - sono oggi gli snodi del sapere pedagogico e i punti di contatto con il mercato (appunto!) e con le altre discipline.
Luciano ha sempre coniugato ricerca e intervento. Il modello è quello di una pedagogia militante (o impegnata, per usare le parole di Santomauro che Nicola Paparella ci ha ricordato), che si sporca le mani, negozia, prova a trasformare le cose uscendo dalla retorica sterile che non serve a nessuno
Luciano ha sempre studiato. Curioso, attento, informato, mai scontato nei suoi interventi, anzi sempre ricco di spunti, di aperture. Una lezione per i giovani studiosi, un richiamo forte al significato primo dello stare in Università.

3. Il libro

Il volume, di cui ho l'onore di figurare tra i curatori, può essere letto in molti modi. Uno di questi è utilizzarlo come uno spaccato di storia della pedagogia italiana degli ultimi decenni. Di questo spaccato il libro fornisce:
- la mappa dei temi;
- la geografia dei nomi (che bello sarebbe lavorarci con gli strumenti della Social Network Analysis per definirne il reticolo di relazioni e la densità dei nodi!);
- le parole-chiave;
- i riferimenti bibliografici.
Di questa mappa isolo solo un tema, quello dei media e delle tecnologie della comunicazione, la sezione del libro che ho curato. E lo faccio con una battuta. Nel 2000, ad Amalfi, al convegno della SIRD sulle tecnologie didattiche, chi se ne occupava era una microcomunità di studiosi, per lo più giovani, nemmeno tutti strutturati nell'Università. Oggi quegli studiosi sono tutti professori e la comunicazione è una chiave di accesso importantissima, ineludibile, per tutti quelli che si occupano di didattica.
Mi si dirà che è colpa del progresso, della diffusione sociale dei media digitali e sociali e di certo non posso smentirlo. Ma un po' è anche merito di Luciano Galliani.

Tuesday, August 23, 2016

La morte co la coda



Si è spento ieri a Roma, a 68 anni, Carlo Tagliabue. Storico Presidente del Centro Studi Cinematografici, direttore delle riviste Il ragazzo selvaggio e Film, cinefilo, amante e profondo conoscitore del cinema, sopratutto quello italiano. Anche Carlo - come Adriano Zanacchi, che di poco lo ha preceduto in una sorta di staffetta verso il Paradiso - aveva insegnato all'ISCOS dell'Università Salesiana (e in diverse altre università), Storia e critica del cinema; anche con lui avevo avuto modo di condividere molte estati, a Corvara, in occasione delle summer school organizzate insieme a Don Roberto Giannatelli.
Carlo era un orso, ma buono, come spesso capita. Intimidiva, guardando il mondo da dietro la sua pipa, con gli occhi bassi, di tralice. Chi lo conosceva sapeva che non si trattava di spocchia, di arroganza intellettuale: timidezza piuttosto, che vinceva portando la discussione sul terreno a lui più congeniale, il cinema. Potevi passare intere mezz'ore a sentirlo citare a memoria i dialoghi dei suoi film preferiti: Mario Brega, il camionista di Bianco, rosso e Verdone, che dopo aver siringato la Sora Lella senza che lei si accorga di nulla, sentenzia: "Sta mano, po' esse piuma e po' esse fèro!"; l'immancabile Alberto Sordi,soprattutto quello di Un americano a Roma  - "Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo...". Carlo conosceva a memoria intere parti dei suoi film, le citava in romanesco, con il sorriso sulle labbra. Come a memoria ricordava Trilussa, i sonetti del Belli, come  La morte co la coda:

Qua nun ze n' esce: o ssemo giacubbini,
o credemo a la lègge der Ziggnore.
Si ce credemo, o minenti o ppaini,
la morte è un passo che ve gela er core.

Se curre a le commedie, a li festini,
se va ppe l'ostarie, se fa l'amore,
se trafica, s'impozzeno quadrini,
se fa d'ogn'erba un fascio ... eppoi se more!

E doppo? doppo viengheno li guai.
Doppo c'è l'antra vita, un antro monno,
che dura sempre e nun finisce mai!

E' un penziere quer mai, che tte squinterna!
Eppuro, o bene o male, o a galla o affonno,
sta cana eternità dev'èsse eterna!

Regista televisivo, formidabile conoscitore del linguaggio cinematografico, Carlo sapeva e scriveva di cinema. Lo faceva con la competenza di chi conosce la macchina dall'interno, con l'occhio di chi in una vita aveva partecipato, anche come giurato, a decine di festival in Italia e all'estero.
Scherzava, Carlo. Anche con i miei figli, ai tempi di Corvara ancora piccoli. Con i bambini non aveva una grande dimestichezza, ma l'impaccio con cui vi si rapportava ne restituivano una goffa dolcezza, una tenerezza che non ti saresti aspettato.
Cinefilo e film maker, Carlo Tagliabue è stato anche un instancabile innamorato della vita. Gli piaceva la tavola. Ricordo ancora le spedizioni a Colfosco, al bar dell'Hotel Capella, per degustare un Irish Coffe che a detta sua aveva pochi rivali; o le sue insistenze perché ci rendessimo disponibili al solito "pellegrinaggio" annuale al Passo delle Erbe, per goderci "lo strudel più buono delle Dolomiti".
Negli ultimi dieci/quindici anni ci siamo rivisti poche volte: ma tanto bastava per riattivare una simpatia, una sintonia, che gli anni non riuscivano a cancellare.
Ancora ieri sera, con Alessandra, abbiamo parlato di lui, ricordandolo con il sorriso e con affetto; oggi la triste notizia mi fa pensare alle curiose coincidenze della vita.
Se ne va un uomo intelligente e arguto, che ha saputo fare della leggerezza il suo codice di comunicazione. Mi piace pensarlo mentre citando Brancaleone alle crociate ci incoraggia: "Trasite! Trasite! L'è saldo lo cavalcone!".
Ciao Carlo! Le luci si sono spente. Inizia lo spettacolo. Buona visione!


Friday, August 12, 2016

Un colpo di preghiera



Avevo conosciuto Adriano Zanacchi a Venezia, al festival del Cinema, quando io ero un giovanotto di belle speranze, studente di scienze dello spettacolo, appassionato di cinema e di semiotica, impegnato nel lavoro culturale con i CGS, i Cinecircoli Giovanili Socioculturali, una delle nove associazioni di cultura cinematografica riconosciute dal defunto Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Era la fine degli anni'80 e Adriano era il Presidente della SIPRA (ora Rai Pubblicità), la concessionaria di pubblicità della RAI. Me lo presentò Adriana D'Innocenzo, che allora dei CGS era presidente nazionale. Adriano era tra i docenti del corso che stavamo seguendo al Lido di Venezia, nella casa delle suore salesiane, insieme a Mario Brusasco. Mattinata di formazione - analisi del film, soprattutto -, dal pomeriggio a notte fonda proiezioni e conferenze-stampa.
Nel 1990 don Roberto Giannatelli e don Franco Lever mi cercarono per affidarmi una docenza all'ISCOS, l'Istituto di Scienze della Comunicazione Sociale appena istituito. a Roma, all'Università Salesiana. Lì ritrovai Adriano come collega. Insegnava Teoria e Tecniche della pubblicità trasferendo nell'attività di docenza tutta l'esperienza del dirigente RAI ma anche la competenza in materia di immagine e la passione per la questione etica, un'attenzione che avrebbe sempre qualificato in seguito il suo sguardo professionale e scientifico sulla comunicazione.
Con Adriano ci fu subito intesa. Io apprezzavo di lui la cultura, la saggezza, la competenza sul mondo della comunicazione, una competenza raramente assortita in equilibrio così perfetto tra dato scientifico e lettura politica dei fenomeni. Lui vedeva in me una "giovane promessa" della comunicazione: non lesinò mai incoraggiamenti e consigli.
Fin da subito ci lasciammo "imbarcare" da don Roberto nell'avventura della Media Education. Questo ci portò a passare insieme diverse estati a Corvara, in Val Badia, dove si avviò una lunga tradizione di Summer School. Una bella opportunità non solo per riflettere insieme sui media, ma anche per solidarizzare, stare insieme, conoscerci. Adriano era cremonese, mia nonna della bassa cremasca: ci accomunavano i sapori dell'infanzia e un certo modo di guardare la vita. A Corvara Adriano non perdeva occasione per accompagnare la Messa all'organo.
Fu in quelle estati che nacque l'idea del Dizionario della Comunicazione, un'impresa che ben presto coinvolse insieme a me, ad Adriano e a don Roberto anche Franco Lever che poi del Dizionario divenne la vera e propria anima. Un'avventura quella del Dizionario. Anni di lavoro, di riunioni, di seminari, di scrittura. Una bella avventura. Umana oltre che professionale. Ogni incontro era occasione di riflettere sul mondo della comunicazione che stava cambiando. Adriano ne misurava l'imbarbarimento, le cadute di stile, rimpiangeva la "sua" RAI, con i suoi valori professionali ed etici. Non sopportava il sistema della TV commerciale. Avversava fieramente la curva popolare e antipedagogica che la televisione aveva intrapreso nel nostro Paese. Sempre bello sentirlo parlare, condurre le sue analisi, discutere.
Dopo il 1995 non tenni più corsi all'Università Salesiana, nei primi anni 2000 anche la mia strada e quella del MED (l'associazione di Media Education che proprio con Adriano e don Roberto avevamo fondato) si separarono. Con Adriano rimanemmo in contatto, ogni volta che passavo dall'Ateneo era un'occasione per vederci, per un abbraccio, per un pranzo insieme, per scambiarci una battuta. Anche negli ultimi anni, complice don Franco.
Proprio don Franco mi ha fatto sapere che Adriano era molto malato, che era stato ricoverato, che lo avevano dimesso per lasciare che si spegnesse a casa, tra i suoi cari. Mi chiedeva di sentirlo, don Franco. Io ho resistito per pudore, per quella cattiva idea del pudore che ci porta a pensare che le persone debbano essere lasciate morire da sole, nel riserbo della loro privacy. Don Franco mi ha fatto pressing. Io ho vinto la ritrosia e ho chiamato. Ho sentito Adriano. La sua voce squillante lasciava trasparire lucidità assoluta e una serenità che non è di questa terra. "Che piacere sentirti!". "Il cancro non perdona, sono pieno di metastasi. Ho chiesto al Signore la grazia di non farmi soffrire e di rimanere presente fino all'ultimo". Si preparava da tempo al momento supremo, don Franco me lo aveva detto. "I tre moschettieri sono stati qui ieri sera...". Alludeva proprio a don Franco, a don Fabio, a Tone Presern: lo avevano accompagnato, sempre presenti, sempre attenti. Abbiamo ricordato il tempo trascorso insieme, le cose belle condivise, lui ha trovato il tempo per un'analisi lucida del sistema dei media oggi. L'ho lasciato con una richiesta: "Caro Adriano, nel caso posso farti ancora un colpo di telefono nei prossimi giorni, ma solo se non ti disturbo...". Mi ha risposto: "Puoi, certo, mi farà piacere. Ma non dimenticarti di farmi anche un colpo di preghiera!".
Ciao Adriano! Non ho fatto in tempo a risentirti. Il colpo di preghiera te lo devo. Non lesinarne per noi, tu, da lassù, di colpi di preghiera. Arrivederci.

Saturday, July 16, 2016

Tecnologie di comunità


Ieri, preso Villa Fedora a Baveno, è stato presentato alla stampa il progetto Velfare Comunitario Overaged. Non si tratta di un errore: Velfare e non Welfare perché le iniziali sono quelle della provincia del Verbano-Cusio-Ossola (VCO) che è capofila del progetto.
Cofinanziato da Fondazione CARIPLO, il progetto si presenta come un'impresa di assoluta innovazione nel campo dei servizi alla cittadinanza anziana. Come CREMIT, rappresentiamo l'Università Cattolica nella partnership del progetto, insieme agli amici di Contorno Viola, partner storico di CREMIT.
Intervenendo alla tavola rotonda di presentazione, ho portato l'attenzione su tre temi che fanno (e faranno nei prossimi tre anni) di Velfare Comunitario Overaged un laboratorio di sperimentazione interessantissimo.

Age and Media
La Media Education è da sempre un'attenzione educativa ai minori, ai più piccoli; si preoccupa di attrezzarli perché siano in grado di interagire correttamente e senza rischi con i media. Un'azione di empowerment che fa leva sullo sviluppo del senso critico e del senso di responsabilità e che, soprattutto con l'avvento e la diffusione dei media digitali e sociali, diventa dispositivo per la formazione della cittadinanza attiva.
L'invecchiamento progressivo della popolazione e, allo stesso tempo, l'orientamento sempre più deciso delle politiche di welfare verso il digitale, fa sì che sempre più ci si trovi oggi davanti una popolazione anziana che ha la necessità di sviluppare competenze per accedere a servizi che passano per il digitale. Nasce qui la necessità di rideclinare la Media Education perché venga incontro alle esigenze di questo tipo di utenza. La Age and Media Education lavora in questa direzione: il progetto VCO ne costituisce un'importante esperienza nel nostro Paese sulla scorta di quanto già accade soprattutto nel Nord Europa.

Tecnologie di comunità
Siamo nella terza età della tecnologia, se pensiamo ai suoi usi sociali e soprattutto formativi.
La prima età è quella in cui le tecnologie sono soprattutto tecnologie della distanza: dall'uso della radio e della televisione per la FAD fino alla prima stagione dell'e-learning, la concettualizzazione che della tecnologia si ha in questa fase è di un dispositivo grazie al quale lo spazio non rappresenta più un ostacolo per la formazione. "Everywhere and anytime" è il motto che fotografa bene questa situazione.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali mobili guida la transizione alla seconda età, quella delle tecnologie di gruppo. La tecnologia, in questo caso, rappresenta qualcosa grazie a cui si può lavorare meglio non necessariamente a distanza, ma nel piccolo gruppo, nel team, nello staff. I wiki, gli ambienti di condivisione, i repository e i servizi basati sul cloud sono gli strumenti che fanno da protagonisti in questa fase.
Oggi siamo probabilmente dentro una terza età che mi piace definire delle tecnologie di comunità. Due sono i significati di questa espressione.
Un portale come quello che sarà sviluppato nel progetto VCO è una tecnologia di comunità perché favorisce la sincronizzazione, sul territorio, delle esigenze degli anziani destinatari del servizio, dei volontari che rendono disponibili ore-uomo nella banca del tempo territoriale, degli operatori dei servizi. A questo primo livello e in questo primo senso, la tecnologia "cuce" il territorio, ne rappresenta un tessuto di connessione, libera possibilità.
Ma attorno al portale si andranno a formare attori (volontari e operatori) il cui scopo sarà di ricostruire attorno alla tecnologia la comunità favorendo il passaggio da un Welfare digitale a un Welfare comunitario. Un tema, questo, su cui con gli amici di Contorno Viola il CREMIT sta lavorando anche nella direzione di un progetto Inter-reg già allo studio.

Prevenzione 2.0
Da quello che siamo venuti argomentando, soprattutto da quest'ultimo passaggio relativo al Welfare comunitario, deriva la necessità di ripensare in profondità i servizi e soprattutto di aggiornare le competenze degli operatori. Tra queste competenze non possono mancare:
- la moderazione on line, la Social animation. I nuovi operatori della prevenzione - operatori 2.0 - devono saper gestire la comunicazione on line, devono saper entrare nei social, intercettare il disagio e i bisogni, intervenire prima on line e poi guidare la persona ai servizi;
- la capacità di gestire i big data e di "leggerli" a livello di analytics. "Tracciare" un anziano nelle sue abitudini (magari attraverso un badge digitale che raccoglie e spedisce informazioni sul suo battito cardiaco, la sua pressione arteriosa, il suo metabolismo, quanto e come si muove, in che orari, ecc.) significa fornire all'operatore della prevenzione informazioni importanti per razionalizzare e rendere più efficace la sua azione. Il reality mining - così si chiama questo tipo di attività - finora è stato appannaggio del marketing: oggi diventa sfidante sfruttarlo per i servizi (a chi volesse approfondire si consiglia il bel libro di Alex Pentland, Fisica sociale, UBE, Milano 2015);
- un ultimo cenno meritano la videoanalisi e l'analisi dei consumi. Metodologie e tecniche che provengono dalla ricerca sociale e che oggi divengono fondamentali per gli operatori dei servizi: basti pensare al ruolo dei media digitali e sociali in tutte le età della vita.

Tuesday, April 26, 2016

Animatori digitali



Di recente sono stato invitato ad aprire il corso di formazione degli animatori digitali della Provincia di Brescia. Il tema che mi era stato assegnato era la messa a fuoco delle competenze di questa figura di recente inserita nella scuola dal PNSD. L'ho fatto attraverso un duplice percorso, diacronico e sincronico. Ovvero: 1) prima ho cercato di ricostruire la vicenda evolutiva che ha condotto a questa figura, cercandone gli "antenati" nella storia recente della scuola italiana; 2) in secondo battuta ho provato a individuarne e descriverne sinteticamente le aree di competenza.

Il "nonno" dell'animatore digitale

La legge 426 del 6.10.1988 introduceva nella scuola quattro nuove figure professionali: l'operatore psicopedagogico, il coordinatore dei servizi per l'orientamento scolastico, il coordinatore dei servizi di biblioteca e l'operatore tecnologico.
L'OM 282 del 10.08.1989 istituì le quattro figure che entrarono in servizio nell'a.s. 1989-90. Soprattutto rispetto alla figura dell'operatore digitale si sviluppò un dibattito fitto, in particolare relativo alle sue competenze professionali. Lo animò soprattutto Luciano Galliani che al tema dedicò un volume (L'operatore tecnologico, La Nuova Italia, Firenze 1997). Da esso si ricava il profilo professionale dell'operatore tecnologico, organizzato su quattro aree di competenze:
- didattiche (multimedia e programmazione);
- organizzative (gestione del contesto);
- scientifiche ( processi di apprendimento);
- tecnologiche (linguaggi audiovisivi, cultura mediale).

Il "babbo" dell'animatore digitale

Lungo gli anni '90 si sviluppa il dibattito sul Media Educator. Nello specifico, particolarmente significativo è il convegno internazionale che sul tema venne organizzato nel 1998 all'Istituto Suor Orsola Banincasa di Napoli. Qualche anno dopo (P.C. Rivoltella, C. Marazzi, Le professioni della Media Education, Carocci, Roma 2001) disegnavo il profilo di competenze del Media Educator indicandone sei:
- metodi di lettura dei contesti;
- competenze di progettazione dell'intervento formativo;
- tecniche di gestione dell'aula e dei gruppi;
- competenze di tutoring, supervisione, valutazione;
- conoscenza dei linguaggi e dei processi mediali;
- metodologie e pratiche didattiche.

L'animatore digitale

Ho richiamato le due "generazioni" precedenti perché sarebbe improprio impostare il discorso relativo all'animatore digitale senza tenere memoria dell'elaborazione concettuale e istituzionale di figure come l'operatore tecnologico e il Media Educator che ne sono state decisamente l'anticipazione. In questa prospettiva, come indicare le aree di competenza di questa nuova figura? Personalmente ritengo di poterle ricondurre a quattro ambiti:

1) Ambito delle tecnologie digitali e delle soluzioni di rete. Ovvero conoscenza e competenze relative a:
- hardware e software;
- dimensionamento infrastrutturale delle reti telematiche;
- soluzioni di mercato in tema di devices e apps.
Non si tratta di fare di ogni animatore digitale un ingegnere informatico, ma di fare in modo che disponga delle informazioni di base che gli consentano di interfacciarsi con i tecnici su questi temi.

2) Ambito della sicurezza informatica. Comprende:
- la protezione dei dati sensibili;
- filtri e firewall;
- la costruzione di protocolli condivisi d'uso della rete.

3) Innovazione didattica. Ovvero:
- metodologie e tecniche;
- strumenti e applicazioni;
- ambienti e aggregato.

4) Educazione digitale. E cioè:
- empowerment e pensiero critico;
responsabilità e cittadinanza digitale.
Se si inseriscono in scuola tecnologie digitali e si potenzia il lavoro di rete, la regolamentazione non è sufficiente a evitarne i rischi: occorre formare gli studenti a una cittadinanza digitale matura.

Quindi:
- un'anima ingegneristica (gli ambiti 1 e 2) e una pedagogica (gli ambiti 3 e 4 );
- una vocazione consulenziale e una formativa.

A queste competenze vanno aggiunte quelle trasversali:
- di progettazione (anche a bando);
- di costruzione e gestione dei gruppi;
- di gestione delle risorse umane;
- di organizzazione di corsi ed eventi formativi;
- di ricerca quanti-qualitativa.

Wednesday, January 20, 2016

Coding Time


Negli ultimi mesi il CREMIT, il centro di ricerca che dirigo in Università Cattolica, si è trovato coinvolto in alcuni progetti di ricerca e formazione che ruotano attorno al Coding. Penso in particolare alla ricerca SMART Coding, condotta insieme all’INDIRE e diretta a verificare le rappresentazioni degli insegnanti, degli studenti e dei loro genitori in materia di coding, e al progetto It’s Coding time che vede coinvolta una grossa rete di scuole della provincia di Parma e nel quale il CREMIT è impegntao, insieme al Servizio Marconi dell’USR Emilia Romagna e alla cooperativa Officine on/off di Parma, in un doppio percorso, di formazione degli insegnanti e ancora una volta di ricerca sul senso e l’efficacia del fare coding in classe.
Come si ricorderà, il coding, insieme allo sviluppo della creatività, al ruolo dell’arte e della musica, era uno dei temi in primo piano nel documento sulla “Buona Scuola” che legava a esso la possibilità per la scuola di fare innovazione e di avvicinare i suoi linguaggi e le sue pratiche a quelli del mondo degli studenti. Ma che cos’è il coding?

Da Scratch ai FabLab

Coding, se lo traducessimo letteralmente dall’inglese, vorrebbe dire “fare codice”. Ovvero: programmare, scrivere codice, usare il linguaggio della macchina per fornirle istruzioni e farla operare secondo le nostre intenzioni. La sua diffusione, in Italia, è legata alla nascita dei primi Coderdojo nel 2012, degli spazi creativi la cui finalità era ed è la diffusione gratuita della cultura della programmazione, soprattutto ai più piccoli. Tra le attività da essi promosse vi sono corsi di programmazione in HTML5 e Javascript (due dei linguaggi più diffusi), corsi sull’uso di Arduino, una scheda elettronica programmabile che consente di sviluppare microrealizzazioni (e infatti, anche con i bambini, una delle applicazioni più interessanti del coding è proprio la realizzazione di piccoli robot), l’uso di Scratch.
Scratch (cfr. in Internet, URL: https://scratch.mit.edu/) è un linguaggio di programmazione a oggetti ispirato alla teoria costruzionista e sviluppato da Mitchel Resnick presso il MediaLab del MIT di Boston. La finalità del programma è di consentire anche ai bambini di programmare operando su un linguaggio molto visuale che ha alla base la metafora del gioco di costruzioni. Come nel LEGO, si tratta di mettere insieme dei blocchi nel giusto ordine.
Tutte queste attività sono spesso parte integrante dei FabLab, dei luoghi creativi che si stanno diffondendo rapidamente nelle nostre realtà urbane e che si pensano come uno spazio in cui sia possibile l’aggregazione giovanile, il co-working e lo sviluppo d’impresa. In un FabLab si fa naturalmente coding, ma oltre a questo si dispone di stampanti 3D grazie alle quali realizzare materialmente i propri progetti e di altre macchine, come le lasercutter, grazie alle quali realizzare gli stessi oggetti facendoli ritagliare e scolpire dal laser a partire da un materiale dato. Molti FabLab entrano in contatto con le scuole, le accompagnano nei percorsi di coding e poi consentono ai bambini di produrre materialmente le loro creazioni.

Prepararsi al futuro e pensare con stile

A cosa può servire portare in scuola tutto questo? E alla primaria, in particolare? Si può rispondere rifacendosi  ai risultati di una ricerca che alcuni studiosi finlandesi hanno condotto sulle motivazioni che stanno alla base del coding e della sua promozione nelle scuole.
La prima di queste motivazioni è funzionalistica. In una società dell’informazione come la nostra, in cui la rivoluzione digitale e la diffusione delle tecnologie dell’informazione hanno pervaso e improntano di sé praticamente qualsiasi ambiente di vita e professione, fare coding già alla scuola primaria significa iniziare a conoscere e usare i linguaggi che in futuro consentiranno al bambino un migliore inserimento nel mondo del lavoro.
Una seconda motivazione è espressiva. Imparare un linguaggio significa sempre poterlo poi usare in maniera creativa. Il coding andrebbe dunque legato allo sviluppo della creatività del bambino, servirebbe a fornirgli un ulteriore elemento per liberare le sue possibilità comunicative. Dentro una “scuola del fare” il coding è la versione aggiornata di tutti quei materiali e di tutti quei linguaggi grazie ai quali si è sempre favorito l’avvicinamento del bambino alla cultura materiale: il coding, oggi, come la tipografia al tempo di Freinet.
I sostenitori del coding dicono a questo riguardo che esso favorirebbe lo sviluppo del pensiero computazionale, alludendo al fatto che il nostro cervello lavorerebbe in questi termini, cioè costruendo e applicando algoritmi alle sue scelte di azione. Ora, la recente ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il modello di comprensione di come lavora il nostro cervello è l’embodiment più che il pensiero computazionale: noi funzioniamo in maniera adattiva e complessa, siamo un organismo e non un computer. Ma certo la capacità di costruire e utilizzare algoritmi (cioè mettere in fila le sequenze di operazioni che ci possono consentire di svolgere un compito complesso) è importante. Anche senza le macchine è possibile lavorarci già dalla scuola dell’infanzia: insegnando al bambino a comprendere ed eseguire ordini, abituandolo a risolvere problemi pianificando percorsi, favorendone l’acquisizione di routines. Fare coding insegna a pensare, a pensare con stile.

Dietro le interfacce

Vi sono ancora due motivazioni alla base del coding. Una è legata alla sua funzione interpretativa. Lo sviluppo dell’informatica di consumo è legato alle interfacce grafiche. Quando siamo davanti al nostro computer e con un clic sull’icona del formato cambiamo la giustificazione del testo sullo schermo, con un gesto estremamente semplice abbiamo ottenuto un risultato che dal punto di vista delle istruzioni date alla macchina è molto complesso. Gli americani esprimono tutto questo dicendo che “what you see is what you get”, “quel che vedi è quello che ottieni”. Noi non sappiamo cosa sia successo “dietro” all’interfaccia: ci basta sapere che quel clic produce quel risultato. Bene, imparare a conoscere i linguaggi significa capire a cosa corrisponda quel clic: significa sviluppare consapevolezza e, con essa, senso critico.
E arriviamo così all’ultimo significato del coding, un significato emancipatorio. Analisi e sintesi, smontare e rimontare, sono da sempre le operazioni-chiave del pensiero occidentale. Impararle significa emanciparsi dal rischio di essere controllati. Questo vale anche nel mondo dei media digitali, un mondo nel quale come dicevamo spesso rinunciamo al controllo in cambio della facilità. Certo, se all’impaginazione del mio testo ci pensa il programma da solo, per me è più comodo, ma in questo modo mi sto adeguando alle scelte che il programma ha fatto al mio posto. Conoscere il codice vuol dire, invece, poter fare diversamente.

A queste istanze – smontare i messaggi, pensare autonomamente – sono legati i temi della cittadinanza attiva e del media-attivismo. Il valore ultimo del coding sta proprio in questo suo potenziale educativo: fare coding significa sviluppare la lifeskill del pensiero critico, significa fare Media Education.