Friday, May 23, 2008

Education and Digital Communication


On May 22 I was in Rome, invited by the Pontifical Council for Social Communications for the opening session of a Congress where scholars of communication are discussing about their educative aims in the Information Society.
Farrell Corcoran, professor at the University of Dublin, introduced the session, giving an overview about the main characters of the actual change in communication: spread of the Internet, convergence of TV and Internet, new behaviours of consumption (less newspapers, development of Social Networking), deregulation of the media at the local level, horizontal and vertical integration of the media companies (Disney, Viacom, AOL-Warner, Newscorporation), a new ideology thinking the role of the media far from the traditional idea of their service value.

In this context two main issues are very important.

The first one is the role of the agenda power of the media, their possibility to set the themes whose it seems important to talk about in the society. As Corcoran said, this power must be studied thinking about the relationship among three agendas: the agenda of the media (the issues they set), the agenda of the public opinion (the issues we consider important), and the agenda of the policy-makers (what the institutions decide to do according to their priorities).

The second issue is the importance of the frame according to which we decide to study the media and their social presence. In the case of digital communication, the frame probably is related with the function of time and space. I talked about this in my speech trying to switch from the landscape of communication to the challenges it is posing to Education. Only four highlights about this challenges.

1) Identity. The process of its social construction is changing. We are in front of new forms of horizontalization of human relations; people needs to rest in touch; they want to be visible and recognized; they don’t pretend to be granted in their privacy, but in their rights to be present in the public space.

2) Teaching. Research about the relationship between teen-agers and the media is showing that they need a vertical relation with adult. They need the adult help them to make sense of the media. The problem is that adults seem to be unprepared to accept this challenge.

3) Appropriation. One of the most important issues of the actual debate about media and communication is the relationship between local and global culture. In this case probably we cannot do anything for modifying production and circulation of media messages. But we can work about the processes of appropriation of these messages by the people: communication can be globalized, but this appropriation by individuals is always local.

4) Media and Education. Here we find the main mission of the adult society and of communication faculties. To empower appropriation processes of the media means to provide a cultural mediation of the meanings. This is according to me one of the main roles of a media professional nowadays: to be able to be a cultural mediator. This is not only a communicative aim but also an educative one.

32 comments:

Pier Cesare Rivoltella said...

Le quattro questioni che indico in conclusione del post (la costruzione dell'identità, i compiti dell'insegnamento, il problema dell'appropriazione dei significati e la funzione di mediazione culturale del comunicatore) costituiscono il tracciato entro cui i miiei studenti del master in Comunicazione e formazione dovranno inserirsi nel dibattito che attiveranno attorno a questo post.

Lucchetti_Ferrari said...

Prime riflessioni:
Le questioni indicate sono oggetto di dibattito anche all’interno dell’argomento da me approfondito sulla virtualità e i media poiché non è possibile considerare la relazione tra questi due elementi senza tenere presente il contesto più ampio da cui essi hanno origine e gli effetti che tale contesto comporta. Attraverso la virtualità gli individui possono stare in contatto e condividere uno spazio virtuale che è da considerarsi altro rispetto al contesto in cui il singolo si trova ad agire; tale spazio è occasione di condivisione e costruzione di senso che coinvolge il singolo totalmente:ad essere costruite sono anche le regole che determinano l’istituzione di una nuova "societas" che si fa essa stessa garante di una salvaguardia dei diritti e doveri dei suoi membri.
L’insegnate e/o l’adulto che nei confronti dei più giovani svolge un ruolo di responsabilità non può ovviamente esimersi dal tener presente l’esistenza di questa nuova realtà che deve essere compresa oltre che vissuta. L’adulto è pertanto chiamato a conoscere per primo il fenomeno in tutti i suoi aspetti riconoscendo di esso i vantaggi educativi ed i suoi possibili rischi per poter trasmettere ai discenti un approccio critico e consapevole degli strumenti oggi a loro disposizione. Capita però che siano proprio gli adulti sprovvisti dei mezzi necessari a facilitare lo sviluppo di questa forma mentis e risulta pertanto necessario per essi documentarsi e confrontarsi con altre realtà più o meno consolidate che hanno già adottato queste nuove pratiche. Se ci troviamo nella società della conoscenza non possiamo cadere nell’ingenua convinzione che la disponibilità di grandi quantità di informazioni corrisponda a conoscenza, piuttosto è assai più utile selezionare tali informazioni, analizzarle e verificare come esse possano arricchire il nostro bagaglio culturale.

mioblog said...

Le quattro questioni proposte dal prof mi spingono brevi riflessioni
1) Nella “galassia tecnologica” è facile perdersi ed è indispensabile avere dei punti di riferimento perché il troppo vasto disorienta. Occorre formare dei “sistemi solari “che restino però nell’orbita!!
2)Il docente dovrà volente o nolente confrontarsi con il nuovo assetto cognitivo messo in atto dalla società delle informazioni, l’importante è trovare gli incroci giusti tra orizzontale e verticale
3)ogni punto di svolta di una civiltà, e sono convinta di vivere un momento di mutamento sociale; produce nuovi significati, e i nuovi significati si devono continuamente negoziare importante è quindi una educazione alla cittadinanza.
4) la media education offre la possibilità di risolvere i problemi posti in precedenza: è un punto di riferimento per ritrovare l’identità, imposta un nuovo modo di insegnare ,aiuta a incorporare nuovi significati

Pier Cesare Rivoltella said...

Sia Francesca che Camilla individuano il compito del cambiamento e lo addebitano alla società adulta (gli insegnanti). Il problema è come. In buona sostanza "gli incroci giusti tra orizzontale e verticale" quali sono? Riusciamo a scendere dal piano delle osservazioni programmatiche a quello della progettazione educativa?

mioblog said...

La scuola , anche se non è stato sempre così , dovrebbe interpretare e tradurre in pratiche i segni del tempo , la sfida che la scuola di oggi deve raccogliere la costringe a fare nuovi programmi , a impostare nuovi punti di vista. Con il rinnovamento imposto dal 68 al centro del fatto educativo è stato posto l’allievo dove prima c’era il docente che dispensava il sapere, adesso al centro dell’azione educativa c’è o dovrebbe esserci uno spazio condiviso allievo e docente , il trait d’union tra i due è la consapevolezza che sia l’uno che l’altro possono mediare conoscenza.
Ho riletto il post e mi sono accorta che sono ancora su un piano troppo alto ,ma piano piano scenderò!!!

flavia said...

Riguardo alla discussione che si sta dando sul compito del cambiamento da parte degli insegnanti, e particolarmente accennando sulla domanda proposta dal professore Rivoltella : riusciamo a scendere dal piano delle osservazioni programmatiche a quello della progettazione educativa?,
credo che io chiamerei a questo problema: “nuove tecnologie vecchi problemi” oppure “vecchi problemi nel nuovo contesto mediale”.
Comparto la affermazione che i docenti non sono preparati per affrontare la sfida imposta per questo nuovo contesto, però credo che forse loro sono più attrezzati de quello che loro pensano (o che la società pensa) perchè il problema non passa solo per lo tecnologico. Io vedo che a volte lo sguardo cambia di posto e si pone solo sul piano tecnologico e non sul piano delle pratiche pedagogiche. E questo lo dico anche a livello sociale. Si pone molta aspettativa sulla tecnologia. L’immaginario sociale ci dice che le scuole debbono incorporare le tecnologie, essere innovative che i docenti debbono attualizzarsi perché pronto saranno superati per i suoi studenti. Ok, questo ha un po’ di verità però non è tutto. Questo ovviamente spaventa, oppure stressa un po’ agli insegnante che fanno diversi corsi di informatica, le scuole si attrezzano per essere innovativi e avere più matricola, e i docenti introducono nelle sue lezioni le nuove tecnologie senza una riflessione pedagogica su di esse, ecc. La domanda è: gli insegnanti in quale modo debbono cambiare e attualizzarsi? Credo che qua stiamo parlando di un cambio di mentalità a livello pedagogico o didattico. Come molti di noi abbiamo già studiato nella storia della educazione, l’utilizzazioni delle vecchie e nuove tecnologie, (dal libro di testo, la lavagna, o il Pc) risponde a una prospettiva pedagogia, ovvero come l’insegnante intende cosa è insegnare e imparare, qual è il ruolo del docente, studente, cosa si intende per educazione. Questo per me influenza (se non determina) l’uso che i docenti possano fare delle nuove tecnologie. Non è lo stesso l’uso che possa fare un insegnante con una prospettiva della educazione come trasmissione della conoscenza che uno che la intenda come facilitazione. Che un docente chieda agli studente di soltanto copiare informazione su un tema che deve cercare nella rete, non ha molto di costruttivista.
Come nell‘esempio che ha dato il professore Rivoltella in aula: A che serve una lavagna interattiva se la si usa a modo di presentazione e trasmissione di informazione e non la si usa nella sua potenzialità ? Dove è il problema? nell’uso propriamente tecnologico o nel suo uso come potenzianti delle pratiche pedagogiche ?. I problemi vecchi persistono: frammentazione della conoscenza , superficialità, mancanza di innovazione pedagogica, vecchie pratiche ecc, però le nuove tecnologie li hanno messi più in evidenza.
Ritornando a quello che dicevo prima c’è una realtà ed è quella della differenza tra giovani e adulti, alcuni la chiamano differenza generazionale, altri ritengono che le differenze sono più sostanziali, quindi la differenza passa a essere culturale, due culture diverse, che parlano diverse lingue. La domanda è: stiamo assistendo a un nuovo tipo di digital divide? O meglio sta avvenendo un “cultural divide” tra una generazione ed altra? Come fare per evitare questo?.
Credo che ci siano due possibile risposte per iniziare a pensare questo cambiamento, che mette in punto di attenzione al docente. 1) è la metafora della multiculturalità, gli scontri culturali: noi e l’altro. Come in tutto scontro di culture per avanzare insieme e permettere la integrazione di uno e altro c’è bisogno del dialogo e lo scambio. C’è bisogno di una pedagogia dialogica, di apertura verso all’altro. Gli studenti si muovono con le tecnologie come un pesce nell’acqua (le tecnologie sono l’ambiente naturale), pero dobbiamo tenere conto che l’uso che loro fanno maggiormente è a livello ludico (ozio, intrattenimento, o connessione) . Gli insegnanti debbono imparare a nuotare in questo ambiente e possono diventare eccellenti nuotatori. Il segreto è come potenziare il processo educativo attraverso gli strumenti che la nuova generazione utilizza. Gli insegnanti hanno con se gli strumenti della esperienza, la capacità di orientazione, di riflessione e la conoscenza pedagogica i quali sono importantissimi nella formazione per la cittadinanza critica . Ovviamente debbono farlo conoscendo e ri-conoscendo il nuovo contesto. Questi sono strumenti per mettere in gioco e dialogare con la cultura tecnologica dei giovani, attraverso dei quali si possono stabilire degli scambi tra uno e altro.(tutte due crescono in questa relazione di intercambio senza trascurare la relazione verticale tra di loro)
2) La formazione degli insegnante assume una rilevanza grandissima in questa necessità di cambiamento o adattamento al nuovo contesto. Oggi il suo ruolo è cambiato, ora sono mediatori e come presenta il professore Rivoltella nel paper, avranno bisogno di “conoscere i media e suoi formati, linguaggi, saperli utilizzarli nella loro specificità comunicativa retorica e persuasiva”. Il ricambio generazionale (dei docenti) dentro le scuole può (sicuramente lo farà) ridurre queste problematiche tecnologiche però sempre rimane la sfida pedagogica: ri - significare le pratiche pedagogiche per costruire le buone pratiche dentro del attuale contesto mediale.

Pier Cesare Rivoltella said...

Flavia, gracias para estes comentarios (e desculpe por el mi portuliano)! Me parece que tu estas ponendo dos problemas muy importantes.
El primero: no cuentan las technologias, al contrario lo que è importante son las praticas que nosotros agamos con las technologias. Trata-se de un reposicionamento teorico: deijando atras una posocion de determinismo tecnologico, lo que estamos assumindo aquì é una perspectiva mas sociologica, ou mejor, sistemica. Cada ator (technologia, usuarios, otros elementos del contexto social) se conecta con los otros e todos interfiren un con los otros.
E aquì vamos encontrar el segundo problema, que serìa el problema de la formacion de los professores. Sobre este tema me gustarìa que ustedes piensassen algo mas porque creo que seja el ponto critico en la introducion de la inovacion en las organizaciones complexas.

Lucchetti_Ferrari said...

Ho riflettuto sulla proposta del Professore e stamane ho provato ad immaginare di essere un formatore che ha il compito di progettare un percorso formativo indirizzato ai docenti cercando di stutturare una possibile analisi dei bisogni e, in linea con quanto fatto emergere da Flavia (se ho ben capito le sue argomentazioni e la risposta del professore), propongo il seguente modus operandi che potrebbe essere oggetto di discussione e di rielaborazione:
Se dovessi pensare di proporre un percorso formativo atto a favorire un cambiamento nella società adulta, dovrei innanzitutto riflettere sul livello di consapevolezza e sui significati da loro attribuiti alla Media Education, ma non lo scollerei da un'attenta osservazione delle pratiche adottate dalle nuove generazioni.
In sostanza farei emergere innanzitutto il problema poiché non è detto che essi lo considerino effettivamente tale; successivamente indagherei su quali siano le aspettative della società adulta di risoluzione dello stesso e, così facendo, potrei comprendere quali siano i significati da loro attribuiti alla Media Education e se possono coincidere con un possibile intervento formativo da me prospettato (si potrebbe ad esempio indagare su chi utilizza le nuove tecnologie, come e per che cosa).
In questo modo potrei verosimilmente tracciare una cornice di azione entro cui pensare di realizzare il mio intervento formativo.
A questo punto entrano in gioco le nuove generazioni che potrebbero essere osservate e con esse potrebbe essere favorito un dialogo di scambio e confronto che poterebbe far emergere significati rinnovati.
A questo punto mi sorge però una questione:Ammesso che una analisi di questo tipo possa essere accettata a livello metodologico, quale può essere a sua reale fattibilità? Gli insegnanti potrebbero essere disposti a questo?

mioblog said...

Per quanto riguarda la formazione dei docenti occorre cercare di inquadrare il problema in una logica sistemica i cui elementi che si devono interconnettere sono: i docenti stessi, i contenuti, le tecnologie,le strutture, Avendo a che fare con l’ambiente scolastico posso testimoniare quanto la motivazione sia la spinta propulsiva che permette che un piano di formazione raggiunga i risultati attesi, il problema è che spesso in molti docenti manca la motivazione ad aggiornarsi a formarsi , ho visto docenti costretti a frequentare corsi di aggiornamento , anche sulle nuove tecnologie , convinti che il corso non servisse a niente, che le cose da insegnare poi fossero altre. È questo il problema principale della classe docente, per non parlare della carenza di strutture e di strumenti . E allora? E allora ci vuole una testa di ponte di docenti motivati che sperimentino ,che sappiano introdurre con autorevolezza e competenza nuovi contenuti, nuove modalità, nuovi strumenti e sappiano perciò conquistare la stima degli alunni, delle famiglie, dei colleghi, della istituzione stessa.Il percorso sarà un po’ ma il media educator troverà perciò spazio in questo nuovo modo di fare scuola

Flavia said...

Riguardo alla formazione docente io amplierei la prospettiva di miei colleghi. Credo sia fondamentale partire di un cambio di prospettiva riguardo al ruolo dell’insegnante e della scuola. Ormai c’è un cambio profondo nella concezione del essere insegnante, e allo stesso tempo si ri - configura il ruolo della scuola, e degli istituti di formazione docente . Ovvero, già di diversi anni che non si può concepire il ruolo docente e le funzione delle scuole come di trasmissione della conoscenza. Oggi i docenti debbono essere mediatori, comunicatori, facilitare l’apprendimento, disegnare l’intorno di apprendimento, selezionare i mezzi ecc. Alcuni studiosi ritengono che il nuovo ruolo docente è quello di essere un edu - comunicatore per la rilevanza nello stile di intervento dell’aspetto comunicazionale. Quindi è necessario pensare la formazione docente dentro di un nuovo paradigma educativo complesso. Un cambio di mentalità sul intero sistema educativo. A questo punto si dissolvono alcune competenze ma appaiono o si rafforzano altre.
Ritengo necessario riflettere sul progetto pedagogico e culturale; sulla società che noi stiamo costruendo; sul nuovo ruolo della scuola: qual è la cultura che la scuola sta oppure vuole trasmettere in questo nuovo intorno sociale?. Alla fine la scuola è la pietra angolare della società, sulla quale si mettono le aspettative delle generazione future ed è campo di disputa politica.
In Argentina due anni fa ha cambiato la legge educativa. C’è stata una discussione molto grande. In questo senso i settori più critici erano in disaccordo con la nuova legge perché (oltre la partecipazione fittizia da parte della comunità educativa) si includevano cambi estetici e superficiali rispetto alla legge anteriore. Quindi non c’è stato un dibattito vero sulle condizione reale del sistema educativo né un dibattito e riflessione su quale modello di società vogliamo portare avanti. Come conseguenze non si ha realizzato un cambio strutturale del sistema educativo. Ora a due anni della sua sanzione i problemi fondamentali della educazione argentina continuano (se non se sono pprofonditi). Una discussione di questo genere significava una discussione di un progetto politico culturale. La Educazione non è isolata del contesto.
Particolarmente credo che non basta pensare la formazione docente soltanto del punto di vista dell’inclusione nei piani di studi di corsi sulle TICs. (questo serebbe un cambio superficiale) Ovviamente c’è un bisogno molto grande di includere l’alfabetizzazione digitale nella formazione docente (il contesto lo evidenza e lo reclama).
Come dicevo nel mio primo intervento è fondamentale che i docenti conoscano i media e suoi formati, linguaggi, e li sappiano utilizzarli nella loro specificità comunicativa, retorica e persuasiva. Ma anche si deve pensare alla formazione multidimensionalmente. Anche debbono acquisire un sapere essere che li permetterà mettere in gioco gli strumenti necessari per impiantare in modo adeguato le innovazione.
Per rispondere al professore Rivoltella riguardo a pensare sul punto critico della introduzione della innovazione nelle organizzazioni complesse. Io credo che la parola chiave potrebbe essere “ricercatore” oppure “docente-ricercatore”. Questo sarebbe un nuovo modo di posizionare la formazione docente. Il futuro insegnante non dovrà solo prepararsi (come si fa finora) per trasmettere conoscenza e utilizzare certi strumenti e metodologie. Deve formarsi sia come un facilitatore, comunicatore ma anche come un ricercatore, come quel che indaga, costruisce la conoscenza insieme a suoi colleghi e suoi studenti, quello che le piace esplorare, esperimentare, fare domande, mettersi alla prova, progettare cooperativamente. Perchè la curiosità è la base della costruzione della conoscenza, della voglia di esperimentare e di innovare.
In questo senso credo che la inclusione sia della ricerca nell’insegnamento quanto della documentazione pedagogica delle pratiche, sono strumenti che devono rinnovare il lavoro e la formazione docente.
Per mettere in gioco questi strumenti nelle pratiche c’è bisogno di una preparazione previa, ossia, nel momento della formazione.
In latinoamerica da tempo che si sta trattando il tema della incorporazione della ricerca educativa nel lavoro docente. Si pensa in un docente ricercatore. Questa pratica è fondamentale per la costruzione del sapere docente, lo sviluppo dell’aspetto critico e il combattimento di un modo di lavorare alienante e individuale. Non si pensa più che la ricerca sia una cosa di specialisti. Anzi si crede che deve essere un aspetto fondamentale sia della formazione docente quanto del lavoro quotidiano di loro. Riflettere sulle pratiche è ri-configurarle e apre lo spazio per la innovazione.
Io credo che le innovazioni devono essere un processo naturale e non forzato. Gli stessi docenti attraverso le pratiche cooperative e riflessive troveranno il modo giusto e adeguato di innovare e incorporare le nuove tecnologie nella sua pratica. Credo che i cambi nei programmi di formazione e nelle istituzione formative comporteranno i cambi nelle pratiche e nelle scuole. La necessità di riforma nasce dal interno del sistema educativo e non viene posto dall’esterno. I paesi i via di sviluppo conosciamo bene quali sono le conseguenze delle riforme impiantate in modo top-down e "alla forza". La cultura scolastica ha un forte sistema immune alle aggressioni degli agenti sterni.
Noi abbiamo una base di dati di esperienze pedagogiche: “la documentaciòn narrativa de experienzas pedagogicas” che si usa come dispositivo di formazione e sviluppo professionale, di ricerca e riflessione il quale favorisce lo scambio docente di pratiche pedagogiche e il lavoro cooperativo.
Si vi interessa questo è l’indirizzo http://www.lpp-buenosaires.net/documentacionpedagogica/

Pier Cesare Rivoltella said...

Grazie per gli utlimi interventi. Sono comparese parole-chiave: ricerca educativa, docente-ricercatore, edu-comunicazione. Credo sia la strada su cui collocarsi, anche se la retribuzione del docente non sostiene adeguatamente questo sforzo.

Flavia said...

Dalla discussione mi viene di pensare nel media educator e nelle nuove figure che appaiono come conseguenze di questo contesto mediale, e sulla sfida della formazione docente in questa ri - definizione dell’identità del docente. Pensando anche che in tutto intento di riforma sempre c’è una tensione cambiamento –conservazione in avanti come si incorpora questa figura in una organizzazione (educativa) che cambia molto lentamente? Per me la media education è ancora un argomento a approfondire però vedo come il nuovo contesto ha spinto la nascita di queste figure come un modo di risolvere un gap educativo (precisamente dei docenti). Ancora si vede il media educator come uno specialista uno esperto con certe competenze il quale si differenza delle figure tradizionali e viene a salvare questo gap. Quindi pensando in queste nuove competenze che abbiamo discusso, e che devono avere i docenti e che la formazione li deve dare: come si evolverà questo ruolo? cambierà naturalmente il ruolo da docente a media educator o edu-comunicatore? O esiste un rischio di cristallizzazione della professione nel senso che per questioni di “conservazione” o mancanza di formazione del corpo di insegnanti rimanga sempre una questione di esperti?

Lucchetti_Ferrari said...

A mio parere si potrebbero verificare entrambe le possibilità: un cambiamento naturale può essere più facile che si verifichi nelle nuove generazioni di docenti/educatori poiché potrebbe essere più immediato favorire una maggiore sensibilità da parte degli istituti universitari in modo da includere nei piani di studi materie affini alla Media Education (ricordo brevemente il ruolo mutato dell’Università che deve essere in grado di rispondere ai reali bisogni dei clienti/utenti e che oggi possiede sempre più connotati di una vera e propria Azienda in grado di confrontarsi con le leggi imposte dal mercato, pena la sopravvivenza dello stesso Ateneo; se il bisogno di una nuova formazione è avvertito e viene manifestato, l'Ateneo cercherà di soddifarlo).
Al contempo la seconda ipotesi è altrettanto plausibile se sono presenti figure di insegnanti come quelle illustrate da Camilla in cui non vi è la motivazione ad aggiornarsi e a formarsi; in questo caso il ruolo di edu-comunicatore rimane appannaggio di esperti che possono intervenire all’interno delle istituzioni perché inclusi all’interno di programmi formativi che in questo caso rischierebbero di circoscrivere l’esperienza ad un “momento” senza consentire una auspicabile trasversalità tra le materie insegnate.
Per una trasversalità intercurricolare gli insegnati verrebbero comunque chiamati a ri-vedere e ri-disegnare i propri programmi poichè quelli tradizionali risulterebbero comunque inadeguati.
Quest’ultima ipotesi potrebbe però essere un primo passo verso il "cambiamento" e renderlo più accettabile poiché non richiederebbe loro di stravolgere radicalmente la percezione del proprio ruolo, bensì un’apertura al dialogo e alla cooperazione tra educatori.
Tale scenario richiede però una apertura e disponibilità a monte, ovvero negli Istituti di formazione che devono possedere le risorse, soprattutto economiche, e gli strumenti necessari per consentire che tutto questo possa avere luogo.

Flavia said...

Come abbiamo discusso il nuovo contesto propone un nuovo ruolo al docente (e la loro formazione).
Quindi sono andata a vedere alcuni piani di studi della formazione docente in Argentina e in Spagna (in italia non li ho trovato ancora su internet) per analizzare un po’ quale è la idea di formazione docente oggi.(Ho cercato di vedere due realtà diverse) Ho visto che i piani non preparano un docente con le competenze che abbiamo discusso. Esistono certe modificazione pero a livello “estetico”.( a livello tecnologico, abbastanza istrumentalista) La formazione di base ancora non ha cambiato come deve. La prospettiva è di continuare a formare docenti non preparati che poi dovranno “aggiornarsi”. Non ho trovato segni di edu - comunicatori o di docente ricercatori, docente costruttore della conoscenza. (Ovviamente è una conclusione parziale perchè ho visto solo alcuni piani)
Portando la opinione di Francesca sulla necessità di sensibilizzare agli “istituti universitari in modo da includere nei piani di studi materie affini alla Media Education” come possibilità di cambiamento, ho una percezione distinta per due cose:
1) che le riforme sono una questione di politica educativa e non solo di sensibilità di alcune istituzioni. (Perchè i piani degli stessi paesi rispondono a certe linee curriculari oltre le particolarità di ogni istituzione) Nonostante questa qualità sia un valore aggiunto importante nelle istituzioni.
2) Il cambio per me non è solo di includere una materia in più , ci vuole un cambio concettuale, una prospettiva diversa sulla quale costruire le base della nuova docenza. Altrimenti i cambi sono superficiali e di poca durata. O peggio implementati di modo sbagliato. Cambiare il piano di studio significa una riformulazione di esso.
I piani che ho visti includono materie come “Nuove tecnologie applicate alla educazione” oppure “insegnamento delle matematiche nei ambiti informatici”. Pero non basta per portare avanti questo cambio.
Mi piacerebbe farglieli vedere per sapere cosa ne pensate però non so come fare perchè non posso allegare il file. Se avete qualche idea sarà bene accolta!!

mioblog said...

Hai ragione Flavia in un settore istituzionale come è la scuola non si può parlare di cambiamento se questo non è supportato da una volontà politica. In Italia , a parole , tutti i ministri che si sono succeduti alla guida del ministero dell’istruzione da almeno 10 anni e più, si sono detti pienamente convinti di introdurre cambiamenti nella direzione delle innovazioni tecnologiche, sia nei programmi di studio sia nella forma mentis dei docenti, Ma si sa ogni cambiamento deve agire su diversi fronti:
tempo
strutture
risorse
contenuti
formazione
Operare cambiamenti sinergici in tutti questi campi è quanto di più complicato esista , e occorre tener presente che i cambiamenti che si innestano in modo definitivo nella società risultano quasi impercettibili, i corsi universitari,questo stesso master stanno lavorando sotto traccia , ma servono a formare il substrato sul quale si formerà la nuova scuola.

Flavia said...

Mi correggo su come ho detto una cosa perchè cosi espresso sembra che ho manifestato una situazione senza soluzione!!!.
Quando ho detto che le riforme sono una questione di politica educativa e non solo di sensibilità di alcune istituzioni, Non mi riferivo a le politiche di un governo, ma al prodotto delle relazione che si stabiliscono tra il sistema educativo e il sistema politico nella sua lotta per indirizzare il sistema educativo. Alla fine le politiche sono una costruzione prodotto di un “tira e molla” tra il sistema politico e la comunità educativa e non una imposizione. Ripeto che le politiche educative non sono soltanto decisioni dei politici.(sebbene a volte sembrano cosi)Sono anche decisioni della comunità educativa che in questo rapporto sempre propone delle strategie per espressare ed articolare richieste e riconfigura lo che c’è scritto nella norma!. Le politiche influenzano però non determinano. Anche sono espressione di pratiche già consolidate o permettono spazi di riformulazione a modo di controcultura. E questo, per me, va al di là della sola sensibilità di alcune istituzioni (anche se questo lo considero valido e importante. E anche può essere un inizio). Però è una costruzione collettiva che si basa anche nella prattica. Quindi in questa costruzione è dove dobbiamo iniziare a fare questi cambiamenti che poi possano diventare politiche concrete sulle quale costruire le linee curriculari. Come dice Camilla è molto complesso però dobbiamo fare lo sforzo altrimenti nulla cambierà.

Pascal said...

Il dibattito proposto in questo blog mi richiama alla mente soprattutto il ruolo dell'insegnante e la costruzione dell'identità. Creazione dell'identità che è pretesa spesso dalla scuola; ma il ruolo delle famiglie non esula da questo processo e non può essere delegato interamente alle Istituzioni. Certo è che oggi il ruolo del docente diventa sempre più centrale nell'educazione e nella formazione della persona. Il compito del cambiamento (o forse sarebbe meglio dire adeguamento?)è delegato alle scuole che cercano di "restare al passo". La logica della programmazione offre nuovi punti di vista e il rapporto insegnamento-conoscenza si vede impregnato di tecnologie. Mi spaventa in particolare il fatto di trovare alcuni insegnanti non aggiornati o, peggio, che rifiutano il mondo digitale non trovando in loro delle potenzialità e non riconoscendo la necessità di prenderle in considerazione. Mi viene difficile pensare alla costruzione dell'identità in questo contesto. Concordo con Camilla quando parla di segni del tempo da tradurre in pratiche. Niente di più vero per rafforzare il legame docente-allievo e trovare un nuovo punto di equilibrio.
Considerazioni forse un po' "macro" ma che mi permettono riflessioni interessanti sulle quali rifletterò e scriverò in questi prossimi giorni.

daniela said...

finisco di leggere con piacere questo post perchè dà a mio parere una lettura molta chiara di una faccia della realtà molto complessa. mi piace l'idea di dover dare importanza alla cornice all'interno della quale studiamo i media, perchè il rischio che si corre (che vediamo ad esempio nel leggere alcuni articoli) è di parlare di tutto un po' senza focalizzarsi all'interno di un quadro definito. Concordo appieno con quelle che il prof. Rivoltella chiama sfide, cioè i 4 punti finali. in particolare riflettevo sul concetto di identità, sulla voglia di essere visibili e riconoscibili spesso aldilà della propria privacy. Mi viene in mente come questo meccanismo sia ormai talmente interiorizzato che talvolta si ha quasi la pretesa di trovare informazioni di alcune persone direttamente in rete, meravigliandosi quando non le si trova! (pensare che fino a qualche tempo fa ci si meravigliava di trovarle!).
questo perchè molti di noi ormai hanno un "doppio digitale" hanno la propria vita reale e una parte di sè in rete.

Penso alla presenza nello spazio virtuale che nel caso dei più giovani: istant messaging che danno sfogo non solo a fiumi di parole scritte, ma anche la comunicazione di sè attraverso il proprio avatar, myspace e tutta la serie di blog emblema della propria seconda (o stessa?) identità in rete ecc ecc. si può forse parlare a volte quasi di una esigenza di "sentirsi in rete", pensiamo anche ai video, che sono molto di più di un testo scritto o di una foto, significa proporre la propria presenza anche attraverso la propria voce e la propria immagine in movimeneto.
è lultimo di certo il punto a mio parere più complesso,quello sulla media education, poichè è quella che cerca di mettere insieme la buona teoria e la buona pratica per porsi come guida all'interno delle tante domande che sorgono davanti ai cambiamenti nel mondo della comunicazione.
Per riprendere quanto detto anche da Flavia Camilla e Francesca, riguardo al tema dell'adulto e al compito affidatogli del cambiamento... io non credo sia un problema della scuola come istituzione, ma dei singoli insegnanti come professionisti.
Per assurdo... basterebbe l'introduzione di una legge che dall'alto impone un cambiamento nella didattica attuale, più affine ai cambiamenti degli ultimi anni? Tutto si rimetterebbe ancora una volta nelle mani dei singoli insegnanti i quali, ognuno con il proprio bagaglio professionale e la propria forza di reagire al cambiamento, sarebbero incaricati di apportare un contributo significativo in grado di influenzare col tempo il modo di pensare la didattica. sicuramente anche gli stessi insegnanti necessitano di una guida, di un supporto alla gestione di questo cambiamento che può senza dubbio arrivare da una adeguata formazione.

ma una riflessione tira l'altra...e quindi..parlando di formazione sorge il punto della motivazione di cui parlava Camilla..altro grande capitolo che però a mio parere va a braccetto non solo con gli insegnanti ma anche con tante altre professioni..ma questa è un'altra storia!

Pier Cesare Rivoltella said...

Commento gli ultimi post... Ne emergono alcune questioni di grande rilievo, due fra tutte per quanto attiene ai nostri temi: 1) lo spazio per la Media Education nella formazione degli insegnanti; 2) il concetto di "politiche educative".
Quanto al primo punto. Nella formazione dell'insegnante, oggi, in Italia, lo spazio per la media education (e per le tecnologie didattiche) è residuale e tendenzialmente strumentale. Residuale nella formazione iniziale (dove sembrano più importanti le discipline, intese nel senso classico del termine), strumentale nella formazione in servizio (dove ci si accorge che i media servono, ma li si pensa ancora solo come strumenti). Qui serve un doppio cambio: dal residuale al sostanziale, dallo strumentale al culturale. C'è spazio per la progettazione.
Seconda questione. La politica educativa, come ben osserva Flavia, non è solo una questione che riguarda le istituzioni. Da questo punto di vista avremmo bisogno di maturare una nuova coscienza politica che ci faccia intendere il nostro ruolo in termini più attivi, perché se è vero che le decisioni poi le prende il decision maker, è anche vero che potremmo mettere in campo il valore della nostra capacità negoziale e culturale per favorirle e orientarle. Anche qui uno spazio interessante di ricerca e applicazione.

Lucchetti_Ferrari said...

Ci terrei a precisare e approfondire quanto espresso nel mio ultimo post in merito alle osservazioni sollevate successivamente.
In realtà quando parlo di “sensibilità”, intendo un’apertura al cambiamento che chiaramente non si può esaurire nell’introduzione di materie che hanno a che fare con la Media Education; esse infatti non dovrebbero bastare a se stesse ma dovrebbero toccare trasversalmente l’intero percorso formativo, un po’ come stiamo sperimentando noi in questo Master (possiamo infatti trovare Media Education anche in materie come Storia della comunicazione Politica); questo termine aiuta inoltre ad attribuire connotati umani alla istituzione universitaria che in tutto e per tutto è un organismo vivente.
Anche il mercato e le sue leggi non sono una realtà statica, bensì fluida soggetta ai cambiamenti che vengono manifestati dalla società, dalla politeia, che a loro volta sono influenzati dal mercato stesso: il circolo può seguire sia una direzione virtuosa sia viziosa.
L’Università ha il compito di soddisfare dei bisogni fondamentali di conoscenza, di istruzione che a loro volta sono collegati ad altri bisogni; per fare questo l’Università deve realizzare dei programmi e il suo successo o insuccesso deriva dalla capacità di sollecitare una risposta che risponda non solo ai bisogni di studenti/utenti; bensì alle imprese, le organizzazioni a tutti gli stakeholders tra cui troviamo anche lo Stato.
Ripenso a quanto ho affermato nella mia Tesi di Laurea (il Marketing Formativo) avvalendomi dell’autorevole contributo del Professor Walter Giorgio Scott che credo possa efficacemente chiarire le mie intenzioni:
«Le Università in questo cambiamento stanno vivendo un processo di apprendimento verso la produzione di prodotti formativi di qualità ovvero di tutela dell’interesse pubblico, l’interesse di una società che deve vedere crescere non solo il numero dei semplici alfabetizzati, ma anche quello di coloro che legittimamente si candidano ad operare e guidare le imprese e le istituzioni del nostro paese e fuori dai nostri confini. […]
L’entrata in vigore delle riforme universitarie ha comportato il moltiplicarsi dell’offerta di corsi di laurea, ma ha spinto gli Atenei ad elaborare messaggi efficaci, vie creative, mezzi più originali ed adatti per raggiungere il proprio target. Tale fenomeno è il risultato di un processo di rinnovamento organizzativo e qualitativo dell’Università italiana decisamente profondo che ha visto gli Atenei impegnati in una tangibile rielaborazione della propria missione.
L’impegno nella formazione in un’ottica di Life-long learning ha completamente modificato la funzione stessa dell’Università, il suo ruolo sociale ed economico per imporre i propri valori ed affermare il proprio prestigio; l’ha vista avvicinarsi ad un modello di Università Rete, in relazione con il territorio ed il mondo delle imprese.
La comunicazione universitaria ha dovuto, a livello di sistema, conquistare il ruolo di attività alta ed al contempo diffusa poiché corrisponde ad un vero e proprio servizio pubblico capace di sostanziare e certificare l’alta formazione finalizzata non solo all’inserimento lavorativo, ma anche alla creazione di nuove risorse per lo sviluppo politico ed economico del paese.
Le Università sono parte integrante della società e nei suoi confronti svolgono un insostituibile ruolo di responsabilità.[…]
L’obiettivo dell’Università, nonostante la crescente convergenza con il sistema produttivo, non coincide solo con la creazione di professionisti pronti per essere collocati nel mondo del lavoro, ma anche con la maturazione di uomini e donne che sappiano confrontarsi criticamente con il mercato, di cittadini in grado di partecipare attivamente alla vita della collettività»
Come ci ha detto efficacemente il Prof. Bienati il moto oscillatorio lento proposto da Pareto consente di apportare dei cambiamenti lenti ma costanti che possono determinare una rivoluzione con effetti duraturi nel tempo poiché ha radici ben radicate; credo che questo sia il caso delle Università.

daniela said...

approposito di cambiamenti nella scuola mi viene in mente quanto ieri diceva Francesco Menichella durante la sua testimonianza nel corso di perfezionamento di Media Education.
quanto ha detto è il paradosso del cambiamento nella scuola, da prendere naturalmente con le pinze nelle sue battute, ed effettivamente ci ha fatto molto sorridere, il concetto però aldila dell'ironia è evidente...
"faccio da molti anni un laboratorio di media education all'interno di una scuola, sono tutti contenti di questo lavoro...un bel giorno il vecchio preside non c'è più, e il nuovo arrivato mi contatta e dice: basta con questo laboratorio son tanti anni che lo facciamo..CAMBIAMO! introduciamo un corso di cucito!!
ma io dico, anche l'acqua la beviamo da anni ma questo non significa che non dobbiamo più berla! anche l'italiano lo studiamo da anni e quindi ora si cambia? ecc ecc"
inutile dire che la risposta non è altro che una provocazione; eppure, secondo me, c'è un dibattito acceso su ciò che è giusto abbia una continuità negli anni e ciò che invece non necessita di continuità e dunque esige cambiamento. Forse su questo si hanno un po' le idee confuse! quindi mi chiedo: un laboratorio di media education in una scuola necessita di continuità negli anni, se davvero a questa si da importanza?
io credo che la media education è un campo cosi dinamico e in evoluzione che a fatica si avrebbe la sensazione di "cose già fatte negli anni", ma al contrario si potrebbe respirare di novità nelle attività negli anni...o forse dipende anche da chi la fa e la pensa!

Pier Cesare Rivoltella said...

Probabilmente non ha senso continuare a ripetere sempre lo stesso laboratorio per anni; ciò non toglie che la Media Education non debba essere un'attenzione costante della scuola. Cioè: confrontiamoci pure sui contenuti e le modalità dei laboratori di Media Education, modifichiamoli, innoviamoli; ma rimaniamo fermi nel rivendicare la necessità che la scuola tenga ferma come attenzione costante la Media Education. E' come se dicessimo: dato che in scuola di italiano insegniamo sempre a leggere e scrivere, d'ora in avanti basta! Cambiamo! La scuola di italiano non serve più! Mi sembra chiaro il messaggio...

Pascal said...

Riflettendo su quanto proposto dal prof. Rivoltella in merito alle politiche educative ed allo spazio che la Media Education potrebbe (o dovrebbe) occupare nelle scuole mi accorgo che la discussione verte alla situazione italiana e mi chiedo,dal mio punto di vista: ma sarà così anche in Svizzera? Le differenze dei modelli scolastici e la politica all'educazione (che segue il modello di Ginevra) presenta le stesse problematiche? Il cambiamento auspicato sarà lo stesso? Ebbene sì: Paesi e modalità sono differenti ma la carenza di Media Education nelle scuola la si riscontra anche qui. Le politiche scolastiche non sono abbastanza sensibili, anzi sembrano a volte reticenti a parlare di tecnologie. Ma allora è un problema solo svizzero e italiano o si potrebbe ipotizzare una sensibilizzazione europea? Il "doppio cambio: dal residuale al sostanziale, dallo strumentale al culturale", è prerogativa dell'Italia?
Credo profondamente che la strada aperta con la Media Education non debba essere una tipicità di una Nazione piuttosto che di un'altra. Infatti,le opportunità che le tecnologie offrono alla didattica (senza voler sostenere il concetto di didattica delle tecnologie!)sono trasversali ai vari impianti didattici internazionali e si adattano bene alle molteplici programmazioni educative. Intravvedo una sorta di internazionalità della Media Education che potrebbe essere l'arma vincente per la sua stessa diffusione ed applicazione. Forse è un'utopia o l'esplicitazione di un desiderio, ma sta di fatto che la flessibilità e l'adattamento delle tecnologie offrono ampie possibilità di applicazione in ambito scolastico.

Flavia said...

Volevo fare due riflessione.
Come Daniela il racconto di Menichella mi ha fatto riflettere sul cambiamento. Soprattutto mi sono chiesta: cosa significa per la comunità educativa cambiare?Quali sono le sue rappresentazioni sia sul cambiamento sia sull’innovazione?. Questo è una questione che ritengo importante perché le sue rappresentazioni influiscono sui loro agire. Daniela a certo punto si chiedeva (si ho capito bene) sulla continuità dei progetti negli anni. Cambia la gestione, si cancella lo anteriore e si ricomincia. Io pensavo su chi decide il cambio? Come si decide?. E’ compito del preside, di una gestione?. Si può buttare via con tale leggerezza un progetto invocando un’aria innovatrice? Cosa pensano che è innovare?. Qual è il luogo degli insegnanti, studenti, genitori?. Sono domande che forse ci possono fare capire la situazione reale delle scuole. E’ curioso osservare in questo racconto come ancora si riproducono le relazioni di gerarchie nella scuola. Come un “cambiamento”diventa una decisione individuale o di una gestione, in modo unidirezionale. Sarebbe interessante analizzare fino a che punto questi sistema di relazioni, di comunicazioni, che ancora persistono, possono diventare uno ostacolo ai veri cambiamenti.
La seconda riflessione mi viene del discorso di Pascal. E’ molto interessante pensare come le diverse realtà, che abbiamo discusso nel forum, Italia, Svizzera, Spagna, Argentina (con le sue diverse realtà socioeconomiche), hanno un fattore comune ed è la poca sensibilità delle politiche educative verso la media education. C’è una internazionalizzazione della problematica. Penso come persiste a livello mondiale una invecchiata cultura dominante scolastica con le sue relazioni.
Penso come ancora è trascurata, a livello mundiale la formazione docente iniziale e si avviano “corsi di aggiornamenti”. Come ben segnala Pascal la strada aperta alla media education non è una prerogativa di una sola nazione. Ed è nello scambio interculturale, la condivisione, il lavoro cooperativo, favorite delle tecnologie della comunicazione, che si possono trovare le possibile trasformazioni.

mioblog said...

Interessanti le riflessioni di flavia ,perché avendo vissuto nella scuola per 35 anni e avendo potuto sperimentare la spinta del cambiamento sia da parte dei docenti sia da parte e dirigenti posso affermare che diverse sono le prospettive. I docenti che hanno desideri di cambiamento, innovazione , sperimentazione raccolgono spesso istanze personali di aggiornamento sovente senza appoggi dei colleghi e delle famiglie che sono ancorate più a schemi tradizionali di insegnamento . le sperimentazioni avvengono spesso tra l’indifferenza dei colleghi quando va bene con l’appoggio del dirigente . Occorre però dire che docenti motivati lasciano il segno!!! . quando invece la spinta al rinnovamento avviene da parte della dirigenza , questa spesso ha raccolto sollecitazioni che arrivano dall’alto e nella realizzazione di progetti vengono sfruttate quelle risorse umane che si conoscono essere più sensibili.come si vede l’innovazione può avere due direzioni dal centro alla periferia , dalla periferia al centro,l’importante è che il reticolo sia sempre più fitto !!

Pier Cesare Rivoltella said...

La questione della gestione del cambiamento e del pilotaggio dell'innovazione nelle organizzazioni (e quindi anche nella scuola) è complessa. Le due direzioni indicate da Camilla sono quelle classiche. E sono d'accordo sul fatto che, se l'appoggio del Dirigente serve, è altrettanto vero che se solo lui "vede" l'innovazione e prova a mentalizzare i suoi docenti a seguirlo, il risultato non può essere di sicuro successo. Se il cambiamento è subito, se non se ne vede la ragione, difficilmente resisterà al passaggio del Dirigente che l'ha voluto. Per questo servono processi paralleli e sistemici: serve l'appoggio del dirigente illuminato, ma anche la testimonianza del docente-pioniere, la voglia di fare del collegio dei docenti, la curiosità e la motivazione di tutti... Insomma, più variabili, ciascuna con il suo peso. I cambiamenti non sono mai automatici nella scuola... ma sistemici,come si dice di solito. Questo è il bello ma anche il difficile della faccenda...

Lucchetti_Ferrari said...

Innanzitutto vorrei indicarvi una riflessione che ho postato sul mio Blog: ho riflettuto su un possibile parallelismo tra gli atteggiamenti nei confronti della Media Education e quelli nei confronti della certificazione IGP; la questione è un po' complessa ed è veramente difficile esprimerlo per iscritto, ma vi assicuro che la sensazione emotiva è esattamente la stessa.
Inoltre anche io sono stata colpita dall'intervento di Menichella e, quando ha parlato di tutti i progetti che si possono realizzare mi tremavano le mani dall'emozione: quante opportunità, quante intriganti sfide che sicuramente potrebbero contribuire a dare forza ai processi di cambiamento indicati! Se nella situazione attuale già ampiamente descritta a pesare è ancora l'iniziativa individuale, tale iniziativa potrebbe nascere proprio dalla realizzazione dei progetti indicati da parte di professionisti esperti di Media Education che sappiano progettare e realizzare interventi che siano “veramente” media educativi (con questa puntualizzazione mi riferisco ad uno degli effetti prospettati del fenomeno di normalizzazione del termine Media Education illustrati dal Professore nell’ultima lezione del corso di perfezionamento); il Media Educator è anch’esso elemento del Sistema e con la sua azione virtuosa potrebbe innescare una catena di effetti positivi che potrebbero legarsi alle iniziative del dirigente illuminato, del docente pioniere, delle famiglie, degli alunni e di tutti i portatori di interesse coinvolti! Rimane comunque certo che questo circolo virtuoso necessiti di forti spinte, di tanto tempo ed impegno prima di potersi autoalimentare!

Pascal said...

Indubbiamente la questione è più complessa di quanto sembra. Il cambiamento individuale deve trovare lo spazio all'interno di quello istituzionale. L'iniziativa alla mediaeducation dovrebbe superare questa fase e diventare parte della cultura delle scuole. Una cultura che, forse, non abbiamo ancora. Far capire le possibilità e le potenzialità della mediaeducation pare essere l'unica strada per aprire le porte al mondo scolastico che si vede confrontato continuamente con proposte di modifica e di adattamento. Probabilmente l'intervento migliore consiste nel proporre attività di mediaeducation fatte al di fuori del contesto scolastico, inteso nel senso più stretto del termine, per poi cercare uno spazio all'interno della propria programmazione. Il momento più difficile è proprio l'innesto di questa catena virtuosa. Porto la mia esperienza personale, ora di vostra conoscenza, che mi ha fatto capire quanto sia difficile attivare un progetto pilota e quanto sia più facile il seguito. Sicuramente noi che siamo interessati particolarmente a questo settore possiamo essere fra coloro che "lottano" per l'applicazione di quanto abbiamo appreso.
Anche questo in fondo fa parte della costruzione dell'identità, alla quale possiamo partecipare attivamente.

Pascal said...
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Pascal said...
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Pascal said...
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Pier Cesare Rivoltella said...

Direi che per quanto attiene alla finalità didattica di questo post possiamo "chiudere". Anche se ciascuno rimane libero di continuare ad alimentare il discorso liberamente... La nostra discussione, oggi diviene oggetto di studio per un master di secondo livello per e-tutor. Obiettivo è capire cosa cambia quando si discute un tema in forum, in piattaforma, o in un blog. Secondo me molto...